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La cascina vercellese Stampa E-mail

Abitazioni tipiche della Pianura Vercellese di un tempo

La cassina o casa da massaro costituisce la più comune ad elementare forma di abitazione dispersa all’inizio dell’età moderna.
Il termine cassina, da cui cascina, deriva dal latino caspa (recipiente), è presente nell’Italia settentrionale nel Medioevo e rappresenta il complesso dei fabbricati funzionale alla vita degli abitanti e alle attività agricole di un’azienda. Lo studio documentato di alcune cascine ha consentito di leggere una storia edilizia vivace che si snoda parallelamente alle trasformazioni dei fatti colturali (aumento della superficie a prato, monocultura, allevamento) e sociali (passaggio dalla mezzadria all’affitto).
L’impianto è formato dall’abitazione vera e propria (cucina e camera), dal rurale (stalla e fienile sovrastante) disposti o in linea retta o chiusa a formare due lati prospettanti l’aia o ayara (da qui Airale….). Le successive aggiunte erano pollaia, posso, forno, porcile….
La chiusura parziale o completa dell’aia è documentata già nel tardo Settecento ed in genere è affidata a siepi o staccionate. Talvolta si effettua una difesa più concreta quando i saccheggi delle numerose battaglie dell’epoca si fanno opprimenti. Più tardi, non ci si limita più ad una semplice chiusura o all’erezione di una barriera, ma si ricorre ad una sostanziale riorganizzazione edilizia dei corpi di fabbrica attorno all’aiak, operazione che spesso avviene in seguito alla ristrutturazione che la forte crisi economica della fine del ‘600 impose.
Nel ‘700 la situazione economica si evolve e nella cascina a corte compare, in posizione dominante, ma separata, una “palazzina” che è utilizzata come dimora del fittavolo o casa di campagna e una cappella a volte recuperata da una precedentemente rovinata e che serve anche gli abitanti del contado. Si crea ed evolve una struttura autonoma e autosufficiente.
La pianura piemontese viene a subire una graduale ma forte rivoluzione i cui esiti saranno sottolineati dai viaggiatori del Settecento, protagonisti del Gran-tour. Infatti i loro scritti sono elogiativi di campagne segnate dal parcellare geometrico della piantato, ricche di vigneti, di campi di grano, segale e canapa. Queste descrizioni sintetizzano i brillanti risultati dei dissodamenti medioevali e le efficaci opere di idraulica che a partire dal XV secolo si protrarranno fino ai giorni nostri. Da questo quadro resta a lungo escluso il Vercellese del quale un viaggiatore italiano rivela che non poche erano “le lande non destinate ad altro uso che a quello miserabile ed insalubre di pascolo e alla produzione di poche ramaglie di bosco…”.
Era il periodo in cui vasti tratti delle campagne livornesi erano indicate con il termine “Palud” e nella nostra campagna detta “piana di Livorno” (vedi carte dell’agro vercellese) molte acque di fontanili e risorgive, non ancora regimentate, creavano zone poco frequentate, ma che anche lasciavano intravedere nei primi esperimenti di risaia quello che sarebbe stata l’evoluzione futura.
Concorde era l’ammirazione per il sistema di canali che paralleli alla strada poderale scorrevano ombreggianti dai pioppi. Nella pianura trasformata si consolida la trama insediativa dei borghi rurali: grange, cassine, colombari, casotti a teti. Nasce l’edilizia “rurale” o popolare o, secondo alcuni, “minore”. Il confronto è sempre con i manufatti della città, dimentiche della funzione di questi edifici sintetizzabile nel compito di: “contenere, organizzare, lavorare i prodotti agricoli, alloggiare persone, animali, attrezzi e comunicare agli altri la propria identità”. Le “piccole roccaforti campagnole” sorsero al centro di estensioni coltivabili di 300 – 400 ettari fra il XVII e il XVIII secolo. A quel tempo era ancora impegnata direttamente in agricoltura la nobiltà terriera, fedele per lo più ai Duchi di Savoia. Il problema era, pertanto, quello di produrre ma anche di difendersi dai continui passaggi delle truppe che lasciavano solo distruzione e dalle scorrerie dei briganti. Ecco perché i “regi misuratori” (funzionari sabuadi che dettavano le norme edilizie e le facevano rispettare) nonché i capimastri, applicavano alla cascina della zona irrigua i principi che nel XIII e nel XIV secolo erano valsi per il castello. I fortilizi in mezzo alla risaia, all’estremo hanno, dunque, finestre di dimensioni ridotte e in numero esiguo. Frequentemente, intorno hanno fossati che furono scavati non soltanto per arginare eventuali assalti ma per far muovere, con piccoli salti d’acqua, le ”pile da riso” che servivano a togliere la scorza del cereale.
La cascina vercellese era quasi sempre isolata accessibile da stradette a fondo naturale. Le caratteristiche essenziali dell’architettura “di risaia” non si sono modificate.
La casina del vercellese e del novarese, diversa da quella di altre zone della Pianura Padana, continua a conservare la pianta del fortilizio, ma ora i grandi portoni, quasi sempre aperti per consentire il transito do trattori, rimorchi, mietitrebbiatrici, immettono sui soliti immensi cortili che ora si presentano deserti e silenziosi. Quando gli edifici appartengono ai grandi proprietari si ricavano valori di monumentalità e li si esprimono non solo nella riprogettazione volumetrica della cascina secondo codici di simmetria e regolarità, ma anche nel ridisegno dell'intero territorio (Caseggiati di Montonero). Le famiglie che vivevano nella cascina medio- grande, potevano raggiungere anche le trenta e più unità, quindi la comunità diventava di oltre cento persone, cioè un piccolo borgo che, nella stagione di monda, raddoppia o triplica i suoi abitanti.
Il contratto di lavoro dei salariati che comprendeva una paga, parte in denaro e parte in natura, scadeva il giorno 11 novembre, il giorno di San Martino.
La stratificazioni in classi si cristallizzò proprio durante l’epoca degli affittuari anche per il ruolo, quasi sempre nefasto per il proprietario agricolo, di un altro personaggio: l’agente. Egli curava gli interessi del padrone che si era ormai stabilito in città, qualche volta collaborava con l’affittuario e, con sfrontata voracità, si arricchiva a danno di tutti gli abitanti delle cascine della risaia.
I salariati avevano qualifiche specifiche: acquaiolo, boaro, cavallante, bergamino, maniscalco e casaro. Erano sotto la guida del padrone o dell’affittavolo. Anche i famigliari dei salariati stabilivano con l’imprenditore rapporti di simpatia, famigliarità e di mutuo soccorso anche se la comunità di persone aveva una sua complessità in funzione delle diverse età e della diversa formazione.
La buona armonia delle poche cose che potevano migliorare le condizioni di vita quotidiana.

 
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