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L'evoluzione del paesaggio Stampa E-mail

Per conoscere e studiare l'evoluzione del paesaggio agrario dell'agro vercellese, bisogna tenere conto innanzitutto oltre alle caratteristiche geografiche, idrologiche della zona anche dei fattori storici che hanno contribuito alle successive evoluzioni nella rappresentazione su carte e mappe catastali.
Gli studi sul paesaggio ci portano a risalire ad alcuni degli aspetti territoriali della primitiva colonizzazione romana.
Con i romani si ebbero i primi disboscamenti nelle aree più adatte alla coltivazione e fu messa in atto quella centuriazione che sulle mappe catastali e sul terreno è ancora leggibile da occhio attento.
Nel Medioevo, per il calo demografico ed il disordine amministrativo, il bosco riprese dominio per cui le zone coltivate, le più redditizie, si trovavano assediate dalla foresta, terra di lupi, orsi, avventurieri e banditi. Dove oggi domina una quieta distesa di risaie si annidavano branchi di lupi così numerosi e aggressivi che preoccupavano anche il Re Berengario che diede ordini severi e precisi per catturare questi animali che ostacolavano il transito dal Piemonte a Pavia.
Dopo il mille e ancora meglio con l'arrivo dei Benedettini furono riprese quelle opere di bonifica e di regimentazione delle acque che gli Etruschi, già prima dei Romani avevano avviato.
L'ampia disponibilità d'acqua che impaludava i terreni o scorreva nei fossi inutilizzati, unita all'estensione delle foreste, è testimoniata nelle bolle con le quali gli imperatori cedevano vasti possedimenti alle abbazie.
L'opera di dissodamento iniziava nelle proprietà che via via venivano donate alle abbazie, ma poi si estendeva presso i privati ai quali i "monaci specializzati" insegnavano nuove pratiche agricole.
Un nemico insidioso era la malaria poiché in primavera, con il disgelo e le piogge stagionali, l'area ancora scarsamente drenata si trasformava in palude, regno dell'anofele.
Le grange di Lucedio (1123), l'abbazia di S. Genuario, il convento di Lenta furono attivi modificatori dell'ambiente paludoso in risaie. Aumentò la popolazione, si crearono nuovi insediamenti diffusi in gruppi di cascine che formarono complessi significativi detti "grange" o impianti come quello di Castellapertole (1774) nel comune di Livorno Ferraris e di Leri - Castelmerlino (1797) nell'attuale comune di Trino. Non è da stupire che il Conte Cavour avesse proprietà proprio in quest'area, Leri....) perché consapevole dell'importanza economica che aveva assunto la coltivazione del riso. E' ampiamente superato il periodo in cui leggi severe dei Savoia fissavano termini ben precisi all'estendersi delle risaie; limiti ignorati, violati, contestati e che generavano liti e nuove norme a non finire. Nel ‘700, ad esempio le risaie non potevano avvicinarsi a Vercelli oltre le quattro miglia, dovevano distare trecento trabucchi dai centri abitati, dieci trabucchi dagli edifici rurali e venticinque dalle strade pubbliche (S.S.R.M. concernente il ristabilimento delle risaie 1728, feb. 26, Torino.). Non è solo terra da riso, ma numerosi sono i campi, i preti e i coltivati che sempre più intensi e accurati riducono le aree a gerbio lasciandone solo nella toponomastica il ricordo.

A sfogliare una raccolta di carte geografiche raffiguranti il territorio del Piemonte si legge con interesse una particolare attenzione alla rete idrica. I corsi dei fiumi son spesso resi come serpentelli fantasiosi, chiazzette sono il lago d'Orta e di Viverone, ma in una carta del 1561 già compare il Naviglio d'Ivrea, il cui percorso è di fantasia, ma la cui presenza testimonia la consapevolezza del valore delle acque in questa area. Con gli anni si infittisce il disegno del tracciato con rogge, e corsi d'acqua minori, fontanili e paludi, si fanno più precise le confluenze e, se anche i centri abitati non sono congiunti da strade, nessun corso d'acqua manca. Una mostra documentario dell'Archivio di Stato di Vercelli offre, nel catalogo che la riassume, spunti di lettura dell' agro vercellese. Un paio di capitoli sono dedicati alle acque che sono utilizzate per la loro utilità che si descrive nei mulini e nell'irrigazione con l'analisi di rogge, fossi, trove, navilotti e canali, ma i problemi che derivano dalla loro irruenza dove non sono ancora regimentate. Il nostro paesaggio e lo diceva il titolo dell'estate '96 è "una terra d'acqua, ma è anche un territorio di lavoro, non è più quel territorio che Arthur Young descriveva nel 1789 come " ...paese brutto, sgradevole e malsano...... coll'aspetto cupo e pestilenziale di questa regione piatta e boschiva! "per citare una parte di un giudizio pesantemente negativo.

 
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