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L'allevatore di cavalli Stampa E-mail

Dall'intervista a Luigina Guido

"Adesso i cavalli non si vedono più, ma una volta era normale vedere i cavalli in giro sulle strade. Ogni tanto ne scappava qualcuno e galoppava per le strade. Durante la rappresaglia (17 ottobre 1944), i tedeschi hanno slegato la cavalla del Mario Puiset, lei è scappata e non sono più riusciti a prenderla. Ha corso tutto il giorno su e giù per il paese e non c'era più nessuno capace a prenderla; correva talmente forte che era impossibile fermarla.
Mio papà allevava 3 o 4 cavalli, poi, però più tardi, ne aveva più solo 2 e ogni anno aveva un puledrino. Quando diventavano grandi li usavano per lavorare e venivano addestrati per il trasporto (nell' addestramento si insegnava a riconoscere i segnali fatti con schiocchi di frusta o con la voce); altri venivano venduti come carne da macello. Avevano anche dei muli. Mio papà li addestrava per il carro, ce n'era una che si chiamava Polacca che dava tanti calci che staccava tutto il pianale del carro e lui gli metteva il turcianas. Era un pezzo di corda fatto a V che prendeva insieme naso e labbro e girandolo il cavallo si calmava e stava fermo, tutte le volte che dava un calcio, mio papà stringeva, era l'unico modo per tenerli fermi quando facevano i cretini. In primavera, quando c'era l'erba fresca li portavano a pascolare dove crescono quei fiori gialli (topinambur). Lì mangiavano tutta la mattina e quando erano belli pieni venivano a casa da soli, conoscevano la strada. Mi ricordo che c'erano una ventina o una trentina di cavalli alla fiera di San Giacomo e a quella di Sant'Agata. Poi i carrettieri andavano anche alle fiere ad Alessandria e facevano i concorsi e prendevano le coccarde e le medaglie per i migliori cavalli."

 
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