Skip to content
Le mondine Stampa E-mail
Indice articolo
Le mondine
Le otto ore
La vita

La vita
Ogni anno, per la campagna risicola migliaia di donne si riversava nel Vercellese dove la mano d'opera locale non era sufficiente.
Si trattava di persone che arrivavano dal Piacentino, dal Mantovano, dalle province di Rovigo e altre parti del Veneto; poiché la loro zona soffriva di una grande miseria, il lavoro stagionale in Piemonte era l'unica possibilità che consentiva loro di portare a casa un po' di danaro e cibo.
Queste lavoratrici affrontavano un viaggio disagevole partendo dalla propria abitazione con mezzi di fortuna, per raggiungere le stazioni di partenza dei "treni speciali" che le avrebbero portate a Vercelli.
Qui giunte, rifocillate presso il Centro di accoglienza delle mondariso, raggiungevano poi le tenute di lavoro con i mezzi del padrone (il rimorchio trainato, prima dai cavalli e poi dal trattore) a carico del quale erano le spese di tutto il viaggio. Per l'ammissione al lavoro occorreva essere in possesso dell'atto di nascita e una dichiarazione dell'Ufficio Sanitario del Comune di provenienza attestante l'immunità da malattie infettive, condizioni fisiche di salute da permettere il lavoro in risaia.
Il contratto collettivo, prevedeva che ad ogni lavoratrice fosse corrisposto, oltre al salario, un chilogrammo di riso bianco originario, raffinato, mercantile, possibilmente di produzione locale per ogni giornata di prestazione e senza detrazione sulla paga. In questo modo le mondariso ricevevano alla fine del periodo di monda circa Kg 40 di riso, la cui qualità era non sempre buona, perché non tutte le aziende erano attrezzate per la pulitura del riso.
Il lavoro delle mondariso consisteva nell'estirpare le piantine, che bisognava ben conoscere e che infestavano la risaia soffocando la normale crescita del riso. Nelle cascine, ove si praticava la monda, le donne chine per tutta la giornata con piedi e mani in acqua toglievano le erbe infestanti camminando una a fianco dell'altra. Dove invece si praticava il trapianto, le donne (sempre una a fianco dell'altra) piantavano con il dito nel terreno molle (perché sommerso dall'acqua) le piantine di riso camminando all'indietro. Tali condizioni di lavoro potevano essere causa di malattie professionali quali reumatismi e malaria.
La monda aveva inizio circa un mese dopo la semina cioè a maggio e durava normalmente dai 45 ai 50 giorni in genere fino alla fine di giugno ma poteva protrarsi, in casi eccezionali, fino al 15 o al 20 di luglio. Nei casi più favorevoli si operavano una prima e una seconda mondatura ma, a volte si presentava la necessità di effettuare fino a quattro volte la monda eseguita a distanza di quindici giorni una dall'altra.
Il lavoro era effettuato in squadre ed in ogni squadra doveva essere designato un lavoratore o una lavoratrice con le funzioni di rappresentante di squadra nominati dalla stessa, cioè "il capo o la capa". Questa figura oltre ad effettuare il normale lavoro, provvedeva all'assistenza dei lavoratori, alla registrazione su apposito libretto delle ore ordinarie di lavoro (a quei tempi erano otto e non sette come oggi) e di quelle straordinarie che potevano arrivare fino a tre e al mantenimento dei rapporti tra il datore di lavoro e la squadra.
Le squadre dovevano essere composte di mano d'opera idonea e capace nei lavori di monda e trapianto, per cui i lavoratori che risultavano non avere i requisiti di cui sopra, venivano dimessi dal lavoro e immediatamente rimpatriati. La giornata di lavoro era di otto ore distribuite secondo le consuetudini locali; l'inizio era fissato per le cinque del mattino ma poteva essere anticipato o posticipato per le operazioni d'aia di due ore giornaliere al fine di utilizzare le più favorevoli condizioni atmosferiche. Alle otto era prevista una breve pausa per la colazione, poi si riprendeva a mondare fino a mezzogiorno; si pranzava e poi si lavorava fino alle tre.
Al tramonto le mondariso scendevano a lavarsi nell'acqua dei fossi, allora limpida e pura poi rientravano in cascina; nel refettorio, o più spesso all'aperto, si consumava la solita cena.
Per alleviare la fatica, il dolore, per tenere occupata la mente, (ma anche per scandire il ritmo del lavoro) le mondine cantavano. Si trattava spesso di "canti a dispetto" improvvisati attraverso i quali si dialogava (botta e risposta tra le lavoratrici assunte con regolare contratto e le "clandestine") sulle cronache della risaia. Altre volte erano canti di protesta, che denunciavano lo sfruttamento, altre volte ballate popolari che parlavano d'amore, di tradimento, di vita e di morte.
Per un lavoro del genere non c'era certo posto per l'eleganza in quanto gli abiti dovevano assolvere soprattutto a due funzioni fondamentali: lasciare liberi i movimenti e proteggere il corpo dalle punture degli insetti e dal sole. Si indossavano dunque gonne corte o rimboccate intorno alla vita, magliette, camicette, calze senza piede, grandi cappelli di paglia a larghe tese. Poiché la moda del tempo imponeva la carnagione bianca e diafana, le lavoratrici cercavano di ripararsi il più possibile dal sole per non essere discriminate a colpo d'occhio come "paesane". Caratteristico era il rigonfiamento della gonna che le donne, prima di entrare nella risaia arrotolavano per evitare che si bagnasse.


 



 
< Prec.   Pros. >