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Il racconto di un pellegrino Stampa E-mail

Sono un pellegrino e vengo da lontano, ho attraversato il bosco e sono arrivato nei pressi di un'ampia zona coltivata, vedo dei monaci che arano e zappano, in lontananza si intravede un monastero.
Allora decido di avvicinarmi per riposarmi, poiché il viaggio è stato lungo, e anche per curiosità. Di fronte alle mura di cinta busso ad un portone: mi apre un monaco anziano, vestito di bianco, che mi invita ad entrare e mi dà il benvenuto a Lucedio.
Vedo davanti a me la chiesa di Santa Maria con il campanile ottagonale. Alcuni monaci passeggiano nel chiostro in fila e noto che il primo monaco cammina intorno alla fontana e legge il breviario, mi giro e scorgo un grande via vai di lavoranti, su e giù per l'ampio cortile con i carri trainati da buoi. Dopo un po' i monaci sono spariti, guardo la meridiana e capisco che è ora di pranzare: così mi reco in refettorio. Il pavimento è di pietra, tavoli lunghissimi di legno ospitano altri pellegrini che pranzano accanto ai monaci. Dietro ad ogni tavolo si trovano le nicchie dove si mettono i lumini che rischiarano il buio locale. Mi siedo, il pranzo è molto modesto: acqua, pane, minestra e frutta.

Nel pomeriggio mi aggiro incuriosito, entro nella sala Capitolare dove si svolgono le torture e i processi; mi nascondo dietro ad una colonna e vedo un uomo giustiziato: impaurito scappo.

Verso sera un monaco mi accompagna nella mia cella dove c'è il letto di legno, su cui è deposto un giaciglio di paglia, a fianco si trova un inginocchiatoio e appeso al muro un crocifisso; prego e poi vado a dormire ma non ci riesco perché mi passano per la mente le torture fatte al pellegrino.

Mi sveglio che è ancora buio, prego, mi vesto e mi reco in refettorio per fare colazione; dopo vado ad aiutare i monaci a lavorare nei campi per ringraziarli dell'ospitalità. Osservo il loro lavoro e decido di diventare un monaco anch'io, così mi fermo al convento per molto tempo per imparare bene.

Col passare degli anni sento nostalgia della mia città e decido di tornarci, per il viaggio i monaci mi forniscono viveri, due cavalli e un carro per attraversare le Alpi e tornare in patria, nella mia città vengo nominato abate del monastero più importante.

 
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