Skip to content
Home arrow Tradizioni arrow Costumi arrow Le Tabine di Gattinara
Le Tabine di Gattinara Stampa E-mail

La tabina è un tipico ritrovo, un luogo particolare che ha avuto ed ha anche oggi un ruolo particolare nella storia culturale e sociale di Gattinara.
Il nome "tabina" ha un significato misterioso: alcuni lo fanno derivare dal latino tabula o taberna (tavolo), oppure dal celtico tabar (luogo di riunioni), altri preferiscono riscontrare una affinità col tabarin francese, o anche con il termine tapina (luogo dove si riuniscono dei poveri tapini).
Nessuna enciclopedia e nessun dizionario contiene questa parola.
Le tabine nacquero certamente dall'abbondanza di vino e dal desiderio di riunirsi insieme; i componenti erano prevalentemente contadini.
Al tempo in cui i giovani contadini non disponevano di svaghi, il capofamiglia, nei giorni festivi, consegnava al figlio il cosiddetto ‘pret': quei pochi soldi che spesso venivano messi da parte per raggiungere una lira. I giovani trascorrevano il tempo libero con i coetanei nel proprio ‘canton'.
Fu proprio l'abitudine di trovarsi, di stare insieme, di ridere e scherzare che a qualcuno fece venire l'idea di istituire la tabina: il luogo tipico della cultura contadina che garantiva divertimento e socialità a poco prezzo.

"... di vino non ne mancava perché avevamo sempre la cantina piena... E una volta finito c'era il ‘buton' un fiasco apposta, ‘deh tocca a te neh', vai a prenderlo, e lo portavamo..." (Testimonianza di P.P., n.1889 Da " Famiglie Contadine a Gattinara nel '900 " di S. Patriarca).

Il luogo scelto era una stanza, un locale senza pretese, anche a piano terra, con qualche mobile dimesso, un focolare, un tavolone, qualche sedia, qualche pentola con le stoviglie e bicchieri portati da casa, fiaschi e damigiane.
Il cuoco era la persona che se la cavava meglio in cucina; c'era anche un inserviente, ‘al bidèl', che scopava, accendeva la stufa e riempiva la damigiana. Ad illuminare le serate bastava una lampada a petrolio. Trovato il locale e sistemate le suppellettili, bisognava dare un nome alla tabina.

I nomi delle tabine scaturivano dalla tradizione contadina, coniati dalla fantasia e dal proverbiale buonumore dei gattinaresi: "La buraska", "Kazui", "I Suradic", "La staleta", "I kumpanai", i "Semprivif", "Tre effe (fam, fum, frech)", "I basta ca mangiu", "Fin ka dura"...
Sicuramente doveva essere un nome bizzarro, estroso, allegro, preferibilmente un nome che esprimesse una caratteristica della comitiva.

La tabina è nata sicuramente dalla necessità di riunirsi in gruppo per discutere del proprio lavoro, dell'annata agricola, del raccolto; per bere, mangiare e abbandonarsi al divertimento. A Gattinara, tutte le iniziative come il Carnevale, i malusei (la festa notturna prima delle nozze), la festa della Madonna di Rado, sono nate nella tabina.
Anticamente, quando ancora esisteva il castello, cioè il recetto, vi si portava il vino con tutte le altre derrate. Ogni contadino aveva un proprio granaio e una kamanna, seminterrato che serviva da cantina. Può darsi che una disposizione proibisse l'entrata dopo una certa ora e quindi la tabina sia sorta per necessità di riunirsi anche di notte.

In origine le tabine dovevano essere composte da poche persone; poi, per diminuire le spese si invitavano altri a parteciparvi, creando così una vera e propria compagnia; in genere quando si parlava di un proprio tabinat si diceva ‘al me kumpagn'.
La tabina era aperta tutte le sere: ‘chi c'è, c'è; chi non c'è perde la sua parte', era il motto dei tabinat. Si beveva, si chiaccherava, si discuteva. Se si decideva di fare uno spuntino, si andava a prendere qualcosa a casa e lo si mangiava oppure si acquistavano generi alimentari di poco prezzo.

"... facciamo la polenta... eravamo tre o quattro o cinque, andavamo a prendere una saracca da un soldo, da un soldo a testa, neh, una saracca da un soldo, lunghe così e poi le toglievamo la testa e le budella, poi la trituravamo e facevamo...uno un pezzo di burro, l'altro un po' d'olio, li prendevamo da casa, eh! Sempre perché di soldi non ce n'erano, poi facevamo lì facevamo delle pignatte larghe così..." (Da S. Patriarca, testimonianza di P.P. op.cit.).

Il grande raduno era la domenica pomeriggio; a sera era tradizione cenare tutti nella tabina: un risotto, un bollito, fraket a volontà e vino, tutto quello che uno poteva trangugiare. La cena, seppur modesta era una occasione per stare in compagnia. Le donne, salvo casi eccezionali, non entravano mai in tabina; le mogli sopportavano, le sposine protestavano quando il marito rincasava troppo tardi e abitualmente ubriaco; protestavano spesso anche i vicini per gli schiamazzi. Le donne entravano nelle tabine solo in occasione dei balli.

Delle tabine col tempo si diventava soci; i componenti erano quasi tutti contadini, pochi gli operai.
Durante il fascismo le cantine furono proscritte, perché considerate luoghi di sovversione; le compagnie continuarono comunque a riunirsi anche durante i giorni festivi nelle case.
Oggi le tabine sono risorte: i più anziani dicono, pensando con nostalgia ai loro tempi, che hanno vita corta ‘a duru da Natal a San Astevu'. Sono luoghi dal clima speciale, che aprono le porte ai soci in occasione della Fiera di san Martino, il secondo martedì di novembre per la tradizionale cena.

Le tabine sono fondamentali per l'organizzazione del Carnevale di Gattinara: la domenica prima del Carnevale, per cominciare ad assaporare la festa, le tabine organizzano le "Cavalcate": gruppi di amici che mascherati semplicemente oppure su carri di modeste dimensioni e fattura sfilano per le strade del paese per raggiungere il centro dove verranno giudicati da una giuria incaricata di valutare soprattutto l'originalità, il lavoro e le coreografie. Questa sfilata atipica è caratterizzata da spunti di satira locale e di costume: la cavalcate rappresentano senza dubbio la parte più graffiante e anticonformista del carnevale.

 
< Prec.   Pros. >