Skip to content
Home arrow Riso arrow Storia arrow Il riso a Pobietto
Il riso a Pobietto Stampa E-mail

All'inizio del '900 il territorio occupato dalla frazione di Casale Popolo, dai Comuni di Balzola, Morano e Villanova risultava coltivato per un terzo a riso e per il resto a frumento, meliga, prato e ortaggi.

Nel corso del secolo la coltura del riso è andata estendendosi, ed oggi, questa zona appare quasi interamente coltivata a riso; essa si discosta dal panorama agricolo del resto della Provincia di Alessandria e si presenta come una specie di continuazione della pianura vercellese.

I principali lavori legati alla coltura del riso sono:

  • la preparazione del terreno;
  • la semina;
  • la mondatura;
  • la raccolta;
  • la trebbiatura e l'essiccatura sull'aia;
  • la pilatura.


La coltura del riso ha bisogno d'abbondante e costante irrigazione, perché per il suo sviluppo, il riso deve restare sott'acqua.

I primi lavori devono preparare il terreno in modo adeguato a ricevere, trattenere e, al momento opportuno, lasciare defluire l'acqua; tali lavori si compiono in primavera.

Finita la semina, il campo è fatto percorrere da un animale da tiro, con attaccato una specie di scalone per intorbidire l'acqua e ricoprire di fango i chicchi sparsi.

Il riso cresce rapidamente, insieme però ad una quantità di erbe infestanti che devono essere estirpate perché non soffochino la coltura (mondatura).

La mondatura veniva eseguita mentre l'acqua nella risaia era alta circa 30 cm. Lunghe file di lavoratori, soprattutto donne, si inoltravano nella risaia e la percorrevano camminando, sempre guardando di fronte a sé; vi uscivano solo per i pasti e smettevano la sera.

Nelle piccole aziende il padrone di persona seguiva la squadra per controllare che tutti lavorassero e che l'erba venisse completamente estirpata.


Il lavoro in risaia

Nelle aziende più grandi, dove operavano più squadre, erano necessari più sorveglianti; talvolta erano le donne della famiglia padronale a prendersi l'incarico.

Nel periodo della monda, le donne assunte per questa attività ne svolgevano anche altre, come il taglio del grano e l'essiccazione dei fieni.

Negli anni '30 si diffuse anche nelle zone di Casale la pratica del trapianto, che permetteva di usufruire di un raccolto di grano o di un taglio di prato, su un terreno che poi diventava di risaia.

Per questa operazione, il riso veniva seminato in vivai dai quali poi veniva estirpato durante la monda.

Alla fine dei lavori della monda, nelle cascine si teneva la "curmaja". I padroni offrivano cibo e vino, spesso accompagnati da canti, musiche e danze popolari; era una festa per celebrare la fine della mondatura.

Il periodo della monda durava da un mese ad un mese e mezzo; solitamente si lasciava la risaia qualche giorno all'asciutto per far morire gli animali nocivi e riscaldare il terreno. Verso la metà di settembre si passava alla mietitura.

La prima fase dei lavori si svolgeva nei campi (con il taglio e la legatura dei covoni), la seconda alla cascina, dove si trovava la trebbiatrice. Prima si svolgeva la trebbiatura dei covoni, in seguito l'essiccazione del risone sull'aia.

Dopo l'essiccazione, il riso veniva portato nelle cascine, per poi, talvolta, passare direttamente al negoziante; più spesso, però, subiva la pilatura, cioè la rottura delle reste e la sbucciatura dell'involucro; questo processo venne interrotto alla fine degli anni '50 con l'arrivo della meccanizzazione e del diserbo chimico.

È significativo paragonare i dati che testimoniano l'estendersi della superficie a riso, con quelli che indicano il calo dei produttori, in seguito al grande cambiamento degli anni '50.

Dal confronto, infatti, emerge che le piccole aziende tendono a scomparire mentre le grandi si trasformano sulla scia del progresso e di maggiori guadagni.

La superficie coltivata a riso aumentò: l'ambiente risicolo subì in pochi anni un processo di ristrutturazione dovuto soprattutto a una sempre più di diffusa meccanizzazione delle operazioni agricole.

I momenti culminanti nel ciclo dei lavori collegati al riso erano quelli della grande occupazione di mano d'opera: la monda e il taglio.

Gli uomini erano presenti in numero molto minore rispetto alle donne, perché, generalmente impegnati in lavori stabili, partecipavano solo ai lavori autunnali come il trasporto dei covoni e la battitura in cascina: le donne invece, relegate alle faccende di casa, ad accudire i bambini e a coltivare il piccolo appezzamento di terra a conduzione famigliare, erano le più indicate a sbrigare la fatica del lavoro stagionale.


Le condizioni di vita e di lavoro delle mondine

Le donne dunque erano le principali protagoniste delle attività legate al riso: l'allontanamento dal focolare, quotidiano o lungo quanto le operazioni in risaia, lo spettacolo suggestivo che offrivano disposte in lunghe file con le gambe in acqua, la schiena piegata e il canto corale che accompagnava i gesti ripetuti, sono rimasti nella tradizione.

La risaia era per le donne il luogo in cui avevano l'opportunità di dare un contributo all'economia familiare; i soldi però li mettevano in casa, perché anche così si faticava a tirare avanti.

Alle più giovani erano concesse spese personali, ma soltanto per l'abito della festa e per il corredo da sposa, poiché anche queste erano spese inserite nel bilancio familiare.

Nella piana irrigua, gli orari della giornata lavorativa in risaia sono documentati da un'inchiesta condotta nel 1903: essa segnala orari variabili dalle nove alle undici ore e mezza. Dopo la prima guerra mondiale, in seguito alla conquista delle otto ore lavorative, anche il ritmo dell'attività risicola subì qualche variazione: il taglio del riso iniziò un pochino più tardi perché era necessario aspettare che la rugiada e la brina della notte se ne fossero andate.

A poco a poco, il contenimento degli orari determinò lo sviluppo di un particolare tipo di prestazione, denominato "terz", che consisteva in ulteriori due o tre ore di lavoro oltre alle otto giornaliere. La paga era leggermente più elevata e veniva consegnata la sera stessa perché la prestazione era fuori contratto e spesso fornita a padroni che non erano i propri. Non tutte le donne però si fermavano per il terz, perché la richiesta era limitata.

La necessità di risparmiare ogni tipo di spesa era uguale a quella di lavorare continuamente.

I bambini in arrivo o appena nati diventavano un vero problema. Le donne in attesa solitamente lavoravano fino a pochi giorni prima del parto.

La monda si svolgeva costantemente con l'acqua alle ginocchia e la schiena curva.

L'abbigliamento consisteva in:
- calze di filanca che proteggevano le gambe dagli insetti e dall'acqua stessa, malsana e fastidiosa;
- fazzoletto tirato sul viso per proteggersi dai moscerini;
- cappello di paglia a larghe tese;
- mutandoni o calzoncini.

Le mondine non potevano portare né stivali né zoccoli ai piedi perché essi si sarebbero appesantiti, raccogliendo il fango della risaia e rendendo il lavoro più difficile.

A tormentare le donne durante il lavoro, oltre alla fatica, al sole, all'acqua, ai moscerini, c'erano animali di tutti i generi, soprattutto bisce e cimici.

I ricordi della piacevole fatica collettiva e del canto si interrompono davanti ai racconti della gente che tuttora porta ancora i segni di malanni di tipo fisico che si trascinano da allora.

La manodopera locale era assunta dai piccoli proprietari terrieri, mentre le squadre delle forestiere e delle collinari arrivavano già composte e guidate da una "capa"; cioè una persona che aveva la funzione di sorvegliare e di far lavorare le donne della collina, che scendevano a valle per il periodo della monda e del taglio.

Gli uomini avevano lavori stabili, ad esempio nelle miniere, mentre le donne restavano legate ai lavori stagionali.

Il lavoro della piana costituiva, per le donne della collina, una sorta di avventura perché esse lasciavano, anche se solo temporaneamente, l'attività di famiglia.

Le donne provenivano soprattutto dal Veneto, dalla Lombardia e dall'Emilia (in particolare dal Mantovano, dal Padovano, dal Bresciano e dal Piacentino).

Venivano alloggiate all'interno delle cascine, talvolta in locali appositamente costruiti, talvolta in magazzini vuoti.

All'inizio del secolo dormivano su un pagliericcio che, dopo gli anni '50, per legge, fu sostituito da brande. Subito dopo arrivò anche l'obbligo per i proprietari di fornire l'acqua potabile nei dormitori, prima sprovvisti, per il bucato e l'igiene personale.

I padroni provvedevano al vitto, cercando sempre di spendere il meno possibile.

Le condizioni alimentari erano insufficienti; successivamente si ottenne qualche miglioramento.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la minestra di fagioli restava la componente principale dell'alimentazione. A preparare il pranzo ci pensavano le donne della stessa squadra, a volte più anziane, che non potevano lavorare nelle risaie.

Il sabato e la domenica sera erano, in assenza di lavoro, giorni di festa e di ballo che attiravano alle cascine anche molti giovani.


Testo tratto da:
Guaschino M., Le risaie nel Casalese, Regione Piemonte, Amministrazione Provinciale di Alessandria, Istituto Storico per la Resistenza, Comuni di Balzola, Morano Po, Villanova Monferrato

 
< Prec.   Pros. >