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Palude di San Genuario Stampa E-mail

Le prime notizie sulla palude di San Genuario risalgono all'anno 707 come una delle proprietà dell'Abbazia benedettina di San Genuario. L'ambiente a quel tempo era costituito da foreste e ampie praterie per uso comune, come i pascoli delle Apertole.
Nonostante fosse aperto a tutti, c'erano delle liti fra agricoltori per il confine del terreno, che con la pace di Cherasco venne diviso fra il Marchesato del Monferrato e il Ducato di Savoia.

Nei secoli ci furono molti tentativi di bonifica; nel 1843 un artigiano di Asti chiese al comune di Fontanetto Po il terreno delle torbe per la loro estrazione. La torba è formata da residui di piante paludose accumulate infondo a laghi e a stagni, non riscalda molto ed è un combustibile fossile.
Con la bonifica finale il terreno era diventato idoneo all'agricoltura. Questa operazione fallì e solo nel secolo successivo, con l'avvento di nuove tecnologie, si riuscì a bonificare la zona paludosa e ad impiegarla per l'allevamento ittico e le piantagioni di pioppo; anche questo tentativo fu abbandonato a causa dei costi elevati .

Si arrivò così all'epoca in cui le aree naturali cominciarono ad avere più importanza.

Le zone umide, oltre ad essere zone di alimentazione, riproduzione, habitat e rifugio per molte specie animali e vegetali, ad elevatissima riproduttività, hanno innumerevoli funzioni tra cui quella di tampone (che consiste nella depurazione della zona dagli inquinanti), di regolazione dell'alimentazione tra animali, di rendere compatti i detriti e la protezione delle rive dallo sgretolamento. Esse costituiscono un serbatoio naturale in cui viene immagazzinata l'acqua nei periodi di piena e viene restituita nei periodi di siccità.
La scomparsa delle zone umide è legata non solo all' insalubrità di tali luoghi, nei quali era diffusa la malaria ma anche alla continua ricerca dei terreni da utilizzare per le colture.

Con gli anni cinquanta si assiste alla conclusione di un processo che nello scorso secolo ha portato alla quasi distruzione delle zone umide nel nostro continente. Il valore delle zone umide è stato riconosciuto fin dal 1971 dalla Convenzione Internazionale di Ramsaar che ne ha anche sancito la tutela attraverso l'individuazione, da parte degli stati contraenti di territori da includere nella Lista delle Zone Umide di importanza internazionale.
La notevole rilevanza naturalistica dell'area consiste soprattutto nell'essere l'unico sito in Piemonte, e uno dei pochi a livello nazionale, dove nidificano contemporaneamente alcuni ardeidi quali il tarabuso, l'airone rosso e il tarabusino, insieme al falco di palude.
Il sito è luogo di svernamento dell'airone bianco maggiore, non che luogo di sosta di alimentazione di numerosi altri ardeidi quali la vitticora, lo sgarza ciuffetto, l'airone cinerino, la garzetta e l'airone guardabuoi; è inoltre presente una delle poche popolazioni note a livello regionale di testuggini palustri europee. Nel suo complesso, il territorio del biotopo comprende alcune delle principali aree naturali significative all'interno della piana risicola vercellese, vedendo a costituire un fattore di diversità ambientale rilevante.
Oltre che per le rilevanti emergenze faunistiche il sito si caratterizza anche per la presenza di formazioni vegetali di grande importanza tra cui lembi relitti di bosco a carpino bianco e farnia e di interessanti popolamenti vegetali di acque correnti in alcuni canali e, più spesso, in corrispondenza delle testate di alcuni fontanili.

 
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