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La trebbiatura Stampa E-mail
Indice articolo
La trebbiatura
La motrice
La trebbiatrice
La pressapaglia
Attrezzi e accessori

 

La motrice
Negli ultimi tempi era generalizzato l’uso di trattori con motore diesel, ma prima venivano impiegate le macchine a vapore (machina ‘a feu),  i motori elettrici e i motori a testa calda.
In effetti in alcune cascine, il movimento era di origine idraulica, o direttamente da una grossa ruota mossa dalla caduta dell’acqua o per trasformazione in corrente elettrica con turbina Peltier, ma si trattava di impianti fissi.
Alcune di queste meritano una descrizione.
La macchina a vapore era un grosso tubo con dentro un fascio di tubi più piccoli immersi nell’acqua e percorsi dalle fiamme di un forno, alimentato a carbone od a legna. Il vapore così generato, raggiunta una certa pressione, metteva in movimento un pistone e quindi, attraverso una biella, una grossa ruota. Ovviamente la macchina era ben più complicata da valvole, pompe serbatoi ed altro che non ricordo Un cinghione, allora era in cuoio, trasmetteva questa rotazione alla puleggia principale della trebbiatrice. Ricordo il lungo lavoro di preparazione che bisognava fare quasi ogni giorno: pulizia del forno e del fascio tubiero, nonché del filtro dell’acqua e di tutte le parti da asciugare e da oliare.
I bambini dovevano tenere a livello l'acqua contenuta in grosso mastello, serbatoio di rifornimento continuo della vaporiera, con secchi che andavamo a riempire nei trogoli (treu) delle pompe delle cascine o nelle rogge che sovente attraversavano le aie. Operazioni che erano occasioni di bagni ristoratori  e di divertenti imprevisti, come la bollitura di pesciolini o rane casualmente finiti nei secchi o di code lucertole che avevano evitato la cattura. Ricordo anche il fischio che il vapore faceva al tiro di una cordicella e che segnalava l'avvio e la fine delle operazioni e di cui papà si serviva per avvertirci che sarebbe arrivato a casa nel giro di pochi minuti. 
Venne poi il tempo dei trattori a testa calda, cioè a combustione esterna, perché dotati di un solo pistone di tremilaseicento cc,  lenti ma robusti e soprattutto molto rumorosi; richiedevano una lunga preparazione per portare la "testa", cioè il crogiolo dove avveniva la combustione, alla giusta temperatura. Era necessario smontare la testa, asciugarla bene, riscaldarla con un apposito bruciatore a gas, talvolta si usava la fiamma ossidrica,  ed al momento giusto far girare un volano che innescava uno scoppio entro la testa e metteva in movimento la puleggia ad essa collegata. Poteva capitare che lo scoppio avvenisse in un momento sbagliato ed, allora, il volano ruotava in senso contrario; era necessario rifare le operazioni e ripetere il tentativo di avvio. Mi sembra anche di ricordare l'uso  di cariche esplosive (piccole) per l'avvio. Col tempo questi motori furono perfezionati e divennero molto pratici, con avvio a chiavetta e operazioni preparatorie ridotte,  senza perdere l'affidabilità, confermandosi le macchine migliori per la trebbiatura. Però fu la fine di macchine i cui nomi erano Bubba ed Orsi che non stettero ai tempi con i Landini, dei fuoriclasse al confronto.
Ma anche questi dovettero cedere di fronte al trattore classico a cicli Otto e Diesel. Il primo comparve sotto forma del Fordson, motore di 22 CV, nato a benzina e convertito a petrolio; era necessario avviarlo a benzina e quando si sentiva che girava bene ed era bello caldo, si a spostava il rubinetto sulla posizione petrolio ed era una bella economia. Pure a benzina era il gigantesco MMM, 42 o forse 45 CV, a benzina, un mostro di bellezza colle sue ruote anteriori abbinate e convergenti a terra e le altissime ruote posteriori, nato per gli sconfinati campi di mais delle praterie USA, giunto al seguito delle truppe americane.
Mostro di bellezza, volli vederlo dentro e lo smontai partendo dalla coppa dell’olio, ma anche mostro di consumi, accettati in guerra ma non a accettabili fra i campi in disarmo del dopoguerra. Elegante in confronto al Fordson dalle ruote di cemento (quando le distrussi trovai dentro un tesoro di pistole napoleoniche subito sparite nelle sacche di qualcuno più furbo di me che gliele avevo mostrate) ma dalla breve vita di una stagione presso di noi.
Effimera apparizione fecero pure altri residuati bellici, come un gippone GMC o quattro Riva Calzoni che si intendeva usare anche per l’aratura ed il traino in risaia viste le singolari ruote con struttura in tondino, rivestimento di gomma piena e ramponi ribaltabili.
Bellissime macchine, buone a trainare cannoni non a tirare aratri e far girare trebbie.
Ormai si era negli anni ’50 e dopo la comparsa di trattori con la solita combinazione benzina-petrolio, buoni per la verità come un Renault da 35 CV, a  risultare vincitore fu il diesel. Dapprima un Fiat da 15 CV, buono solo per la trebbia e per la pressa-raccoglitrice per fieno e paglia ma piccolo per le combinate trebbia-pressapaglia, poi gli OM 35 (35 CV) e tutta una serie di analoghi di diverse marche e di seconda mano, che venivano venduti a fine stagione (OM 45, OM 512, OM 513 dopo i Nuffield, David Brown, Landini, Ferguson,…)
I trattori servivano per il trasporto e per la movimentazione delle macchine.
Bisognava allinearli con le macchine; alcuni trattori avevano il gruppo puleggia laterale, altri posteriore e giravano alcuni in un senso, altri nell’altro.
Una lunga cinghia, ormai in gomma con tela a più strati, trasmetteva la rotazione alla puleggia principale della trebbia; questa doveva girare in un senso ben preciso, quello che faceva” ingoiare” il covone, per cui era talvolta necessario incrociare il cinghione.  Era anche l’occasione per dimostrare la “bontà” dei trattori che papà commerciava a possibili clienti che volessero trattori di seconda o terza mano.
E veniamo a descrivere la trebbia.


 
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