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La trebbiatura Stampa E-mail
Indice articolo
La trebbiatura
La motrice
La trebbiatrice
La pressapaglia
Attrezzi e accessori

 
La trebbiatrice
La trebbiatrice è la macchina usata per separare il grano, o qualsiasi altro seme di cereali (orzo, avena, segala, riso) o di legumi (fagioli) o di altra natura (trifoglio) dalla paglia.trebbiatrice
La trebbiatrice per il grano consisteva di una struttura  (al tlè, telaio) di robusti piantoni (legni a sezione quadrata di circa 10 cm) sul cui interno erano fissate le pareti di assi di 15-20 mm a formare una cassa aperta solo verso il davanti, con una bocca dalla quale veniva espulsa la paglia battuta. Dentro a questa cassa stavano i componenti per la battitura, il battitore (al batur), e per la separazione, la pulizia e la cernita  del grano, setacci o crivelli (al cribi o crivej), ruote a pale per fare il vento (al ventulin), buratti (al bürat).
All’esterno si presentava una gran congerie di pulegge e cinghie che si incrociavano in tutte le direzioni, muovendosi a velocità diverse, e di stecche di legno duro sagomato opportunamente per imporre il moto alternato agli organi setaccianti.
Il telaio era collegato alle ruote, robuste strutture in solo ferro, niente gomma, chiodate e da oliare con frequenza, in maniera rigida quelle posteriori, ruotanti attorno ad un perno quelle anteriori, più piccole, a formare un avantreno sui partecipava anche una robusta struttura tubolare, per il traino e la guida.
Sul tetto della macchina era ricavata una piattaforma che poteva portare alcune persone, addette alla alimentazione della macchina: Vi si accedeva o dal cumulo di covoni o dalla scala in dotazione. Questa piattaforma era ottenuta alzando due ali laterali, lasciate pendere durante i trasporti, e circondando l’area così ottenuta con  sponde alte un mezzo metro per garantire la sicurezza del personale.
I covoni venivano gettati dal cumulo o dal fienile su questa terrazza, una persona li distribuiva a due donne (in genere erano donne che stavano inginocchiate di fianco) che tagliavano il laccio di natura vegetale (erbe resistenti ed abrasive, avvolte a treccia) e spostavano il covone in posizione più comoda per l’operaio che lo infilava nel battitore spingendolo o trattenendolo a seconda della situazione. Un buon imboccatore doveva ottenere un’alimentazione costante; un cattivo imboccatore  lo sentivi già da lontano per la irregolarità del rumore della macchina e del motore, che procedeva a singhiozzo. Per questo l’operazione andava fatta stando in piedi dentro una fossa ricavata nella parte posteriore  per renderla meno scomoda.
Il battitore (bateur o batur, a seconda delle zone) girava entro la griglia (grija) o controbattitore  (cuntrabatur). Il battitore era un cilindro rotante con tante spranghe di foggia apposita: un piano inclinato, utile a ricevere il covone ed a comprimerlo contro una spranga antagonista, fissa, ed un tratto con profonde zigrinature trasversali che agivano sulla spiga aprendola senza schiacciare i chicchi.
Le spranghe del battitore erano circa una decina,  montate su due o tre ruote a raggi in ghisa. Il peso era importante per dare inerzia al movimento; quelle fisse erano sei o sette unite da due piastre laterali a forma di mezzaluna e attraversate ogni centimetro da robusto filo di ferro per formare la griglia di cui portava il nome.
La griglia avvolgeva il battitore solo per circa un terzo della circonferenza, perché doveva scaricare sul davanti la paglia battuta, ed  avendo la parte superiore libera per potervi presentare il covone.
La gran parte del grano cadeva cosi verso il basso su un crivello (cribi) oscillante avanti ed indietro; Quello che rimaneva imprigionato fra la paglia veniva liberato da un altro organo apposito: scuotipaglia. Gli scuotipaglia, in numero di quattro o cinque si alzavano ed abbassavano ruotando, facendo saltellare la paglia, la rivoltavano e la facevano avanzare verso la “testa “ della macchina da cui infine veniva espulsa. Questi erano strutture molto lunghe, tre o quattro metri, formate da due assi uniti in un corpo unico, e con una rete sulla superficie superiore. Il movimento era indotto da un collo d’oca, altra meraviglia per il bambino che aveva accesso alla macchina e che si divertiva a provocare il movimento dai cacciapaglia, altra definizione per lo stesso organo, pestandovi sopra e non facendosi portare, come  su una grande macchina per cucire con quattro o cinque grandi pedali.
Il grano era raccolto al di sotto, sui crivelli e,  investito dal vento, depurato dei bruscoli di paglia e di pula (büla). Una serie di crivelli, fatti di lamiera traforata o di rete metallica, provvedeva ad
una pulizia più spinta ed infine il grano era immesso nel buratto tramite un elevatore, costituito da una cinghia larga con tazze. Il buratto era un tamburo con la superficie cilindrica o in rete metallica o formato da un avvolgimento di filo di ferro, e percorso all’interno da un elica che doveva rivoltare il grano.
Finalmente il grano era immesso in un piccolo serbatoio a fondo inclinato che serviva due o tre bocche di scarico, a cui erano appesi i sacchi dove raccogliere il grano trebbiato.
Una lamierina con maniglia permetteva di aprire alternativamente l’una o l’altra bocchetta, per permettere il cambio del sacco. Atre bocchette raccoglievano il grano di scarto (rotto o troppo piccolo e i semi di erbe non desiderate).
Col tempo ai sacchi fu sostituito un contenitore a capacità nota ed un contatore meccanico del numero di volte che esso veniva capovolto per svuotarlo permetteva la valutazione  della quantità del prodotto, per ovviare tutti i trucchi del cliente quali l’uso di sacchi più grandi ed altro.
Il movimento della macchina avveniva per mezzo di cinghie e pulegge, colli d’oca e bretelle di legno per trasformare la rotazione in moto alternativo. Tutti gli organi si muovevano con i ritmi e le velocità giuste ottenute coi diversi rapporti delle ruote.
Quando divenne impossibile formare  squadre complete si adottarono gli imboccatori automatici, grosse strutture analoghe ai portapaglia, montati sulla piattaforma superiore dotati di organi, dischi rotanti o coltelli, fissi e mobili per tagliare il legaccio dei covoni. Nel frattempo l’uso della mietilega era diventato generalizzato ed i covoni erano tutti uguali, legati con corda di sisal.
Si eliminava l’operaio che imboccava e quelli che gli porgevano i covoni, un capolavoro di meccanica ma pesante ed ingombrante, irrazionale.
L’avvento delle mietitrebbia impedì un uso prolungato di questa soluzione.
Le prime macchine che ricordo erano la Ruston, cioè inglese, di 75 cm, piccola e poi le Marshall.
In seguito una serie di macchine nazionali, Safim, Orsi, Ballerini fino a 1,50 cm di bocca, ed altre di cui non ricordo più il nome fecero parte della nostra scuderia; qualcuna veniva considerata di produzione propria perché completamente trasformata da papà secondo le sue idee.
Alcuni uomini avevano sia le capacità sia i mezzi  per lavori di falegnameria (mes da bosch) e di meccanica. Avevano a disposizione una vera e propria falegnameria, dotata di molte macchine: seghe a nastro, piallatrice e banconi con tutti gli attrezzi dal trapano alle pialle.
Vi era una officina adatta a tutti i lavori: forgia, maglio, tre torni, fresatrice, chiavettatrice, trapani, saldatrici elettriche ed ossidriche. Eravamo popolari, noi bambini, per gli utensili di scarto, lime scalpelli, punte da trapano consumate che gli amici ci richiedevano con insistenza.
Il lavoro che i grandi ci lasciavano fare era la verniciatura.
Le trebbie avevano tutte gli stessi colori: arancione le parti piatte, rosso le parti in rilievo.
Ma quello che era più intrigante erano gli arabeschi che ingentilivano il telaio, volute di tutti colori, tracciate con pennelli esilissimi da una persona che ci visitava periodicamente. Non servivano a nulla, forse era un debito di carità pagato a qualche amico, artista mancato.


 
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