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La trebbiatura Stampa E-mail
Indice articolo
La trebbiatura
La motrice
La trebbiatrice
La pressapaglia
Attrezzi e accessori
La pressapaglia
La macchina per trebbiare vomitava dalla grossa “bocca” la paglia mondata del grano. Era un flusso che procedeva regolare spinto dai cacciapaglia e che generalmente finiva su un’altra macchina che la consegnava confezionata in balle di 70x50x40 cm circa (valori - funzione del tipo di macchina) e del peso fino oltre 50 kg. Le balle erano legate con filo di ferro e venivano accatastate sui fienili o in pagliai che raggiungevano altezze che ci sembravano vertiginose, 8 o 10 m, ed anche di più.
La macchina era piuttosto complessa: un elevatore a catene con traversine portava la paglia in alto in modo da presentarla ad una “testa” mossa con moto alternato rotante alto-basso, che la comprimeva attraverso un tubo a sezione quadrata (“bocca”) verticale  per immetterla dentro un condotto orizzontale. Questo aveva la parete orizzontale superiore mobile, regolata per mezzo di grosse viti ed  era  percorso, pure con movimento alternato ma orizzontale rettilineo, da un carrello molto pesante che la comprimeva verso l’uscita. 
Per ottenere la compressione necessaria a fare stare insieme la paglia si inseriva una forca, che attraversava tutta la sezione e, per i primi colpi, penetrava nel carrello attraverso due apposite scanalature e poi accompagnava la balla che veniva legata con due tratti di filo di ferro fatti passare attraverso la forca. Inserire la forca, che pesava 5 o 6 chilogrammi, richiedeva un certa abilità manuale, dovendo avvenire quando il carrello arrivava al fondo corsa e si avviava a tornare indietro. Poi, bisognava inserire il filo di ferro, già tagliato di misura e con un’estremità avvolta a formare un’asola che una persona, situata dall’altra parte, infilava nella forca cosicché si poteva completare il nodo. Perciò l’operazione procedeva così: a destra, inserimento della forca; a sinistra, inserimento del filo estratto dalla forca precedente nel suo condotto di sinistra della forca; a destra, cattura del filo, inserimento nell’asola dello stesso filo ed avvolgimento a formare un’asola legata con quella esistente. L’operazione andava ripetuta per il secondo filo che passava attraverso il condotto nel secondo corno della forca; così la balla restava legata della lunghezza voluta e della giusta compressione.
Il movimento di tutta la macchina era trasmesso dalla trebbiatrice con una grossa cinghia che univa la puleggia montata sull’asse del battitore e su un volano (forse un quintale di ghisa, in coppia con altro analogo dall’altra parte) necessario a consentire un’azione regolare e continua, con l’aiuto di giganteschi ingranaggi e bielle, su organi “difficili” come il carrello, la testa schiaccia-paglia, il trasportatore della paglia in arrivo. Questo, in alcune macchine, era ottenuto con degli spuntoni a scomparsa ed a moto alternato. Il moto rotatorio del volano era trasformato in moto alternato tramite bielle, ingranaggi, alberi a collo d’oca. Come si può comprendere si trattava di una macchina piuttosto complessa, molto pesante, rumorosa e sporca (oltre a tutta la polvere soffiata dalla trebbia il colpo della testa e del carrello sollevava un nube di polvere minuta, di bruscoli di paglia e di pula). Questo creava un’atmosfera dantesca, con gli operai attenti al rumore del colpo del carrello per sferrare il colpo deciso col forcone nel ventre della macchina; l’operazione delicata dell’inserimento del filo di ferro tra le balle, e quella rapida e precisa (dare la stessa tensione ai due fili) della costruzione del nodo ad asola; l’asportazione delle balle, portate da un telaio mobile al termine del percorso, fatta da figure coperte da un sacco piegato a cappuccio, le corse rapide su assi appoggiate su altre balle per raggiungere il culmine del cumulo.
Qui, altre persone provvedevano ad incastrare la balla di paglia fa le altre in modo da assicurare stabilità e consistenza.
Anche per noi bambini, avevo otto o nove anni, c’era la soddisfazione di partecipare alla fatica: oltre a portare ordini, dare la pece al cinghione, verificare la solidità delle balle, comunicare le quantità di grano, portare da bere a questo o quello, ecc.; era nostro compito la preparazione del filo di ferro per la pressa-paglia. Per questo c’era una speciale “macchina “gestita interamente da noi, che non dovevamo lasciare senza filo: la pressa. Essa constava di un cavalletto lungo circa tre metri, dall’altezza giusta per noi, ad una cui estremità c’erano una morsetta a pressione per tenere fermo il filo ed una manovella con uncino che permetteva di ottenere l’asola dal filo che vi era agganciato.  All’altra estremità, una pinza incernierata sul piantone permetteva di dare la giusta tensione al filo che poteva poi essere tagliato da una taglierina, posta sul cavalletto alla lunghezza giusta. 
Si impegnavano entrambe le mani: una per tendere il filo con un movimento rotatorio, lento ma continuo; l’altra, dava un colpo deciso con la lama vincolata trasversalmente, tranciava il filo e rimetteva in posizione di riposo la taglierina. Un ragazzo toglieva il filo dal gancio e lo metteva accostato agli altri fino a formare un bel mazzo; quindi, prendeva il capo del filo che l’altro gli porgeva, lo inseriva sul gancio, lo bloccava con la pressetta, dava quattro o cinque giri, né di meno né di più, e così ripeteva il ciclo. Il filo di partenza era generalmente fornito da noi; talvolta, c’era chi voleva risparmiare con filo suo e potevano capitare guai. Si avvertiva grande responsabilità perché un’asola mal fatta (tre giri potevano esser troppo pochi e sette significavano spreco) poteva svolgersi ed una tensione troppo elevata assottigliava il filo che poi si rompeva al rilascio della balla di paglia. Il rotolo di filo veniva o lasciato a terra  o tenuto al livello di lavoro con un treppiede
Quando cominciò a diventare difficile trovare il personale si cominciarono ad usare dei portafieno per portare le balle a  distanza ed in altezza.
 
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