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La trebbiatura Stampa E-mail
Indice articolo
La trebbiatura
La motrice
La trebbiatrice
La pressapaglia
Attrezzi e accessori
Attrezzi e accessori
Le macchine erano dotate oltre che di attrezzi generici (martelli chiavi fisse, inglesi e prussiane, cacciaviti, oliatori,…) anche di specifici attrezzi per la manutenzione specifica, rapide riparazioni ed il posizionamento.
LEVE: sempre presenti con ogni macchina non autotrainata (come la sfogliatrice).
Si tratta di attrezzo utile al posizionamento ed all’allineamento  delle macchine.
Erano una semplice barra di legno molto robusto, acacia o faggio, lunga da un metro e mezzo a centottanta centimetri, alleggerita dalla parte dell’impugnatura, conica e con la punta, a sezione rettangolare, irrobustita da un’armatura di ferro per poterla fare penetrare sotto la ruota il più possibile. Premendo sulla leva la si abbassava, nel contempo il fulcro si spostava indietro e l’operazione diventava più pesante, ma era sufficiente far perdere il contatto a terra perché a questo punto bisognava cambiare la direzione dello sforzo, di fianco nella direzione richiesta dalla  posizione da raggiungere Si poteva impiegare una sola coppia di leve su una sola ruota ma era preferibile agire su entrambe le ruote posteriori, perché fisse sul telaio della macchina.
Raggiunta la posizione desiderata, la macchina veniva bloccata con dei cunei corazzati da piastre laterali con un perno sporgente che servivano a posizionare due barre laterali alla lunghezza desiderata. La scelta del foro determinava la distanza dei cunei, cioè quanto questi fossero vicini, in definitiva di quanto la macchina venisse alzata. Eventuali soluzioni critiche (terreno sconnesso, pendenza dell’aia ecc,…) potevano essere corrette inserendo sotto la ruota assi dello spessore giusto.
La pressapaglia richiedeva il solo allineamento, in quanto eventuali pendenze non influivano sul suo funzionamento; essa veniva comunque bloccata come la trebbia coi cunei fissati.
L’allineamento era indispensabile per impedire che i cinghioni saltassero giù dai volani.
Con le leve si impiegava il crick a cremagliera (bindella): una robusta  struttura in legno forte, irrobustita da un’armatura di ferro entro la quale era  fissata una coppia di ingranaggi riduttori, vincolati ad una cremagliera, che terminava in un supporto a corna, ruotante su un perno. Questo veniva puntato sul cerchione della ruota dalla parte opposta rispetto al movimento da imporre per lo spostamento; l’azione delle leve sull’altra ruota permetteva un rapido allineamento.
CRICK (Bindella): due le tipologie, quelle con struttura in legno di fabbricazione propria e quelle in lamiera stampata, più moderne. Veniva utilizzato anche il crick ad olio, ma non costituiva una dotazione della macchina; era piuttosto un attrezzo di officina utilizzato per particolari situazioni. Infatti la bindella era costruita appositamente sulle dimensioni delle macchine, che presentavano opportuni irrobustimenti per permetterne l’impiego, che prevedeva un puntamento obliquo per alzare e spingere lateralmente il corpo della macchina. Il meccanismo era costituito da una cremagliera inserita nella struttura del crick, azionata da una manovella che portava anche un ingranaggio a saltarello per il bloccaggio nella posizione ottenuta. Il fondo portava degli spuntoni per un solido ancoraggio al terreno mentre l’estremità della cremagliera era dotata di una testa rotante con due corna per l’aggancio alla struttura della macchina (trebbia o pressa paglia).
PECE: all’avvio delle operazioni e, poi, periodicamente si impeciavano le cinghie per migliorare l’attrito, impedendo che scivolassero non mantenendo la velocità desiderata ed impedendo l’uscita dalla zona di lavoro sulle pulegge e l’espulsione del chinghione, che era una evenienza assolutamente da evitare sia per la conseguente interruzione del lavoro sia  per il pericolo connesso. Col tempo si sostituì la pece con paste di varia natura (biancastra; mentre la pece era nera, in cilindri di 7-8 cm di diametro e lunghi una ventina di cm).
AGGRAFFATRICE (con relative graffe):  serviva a costruire e ricostruire, quando si rompevano, le cinghie della macchina Essa consisteva di due blocchi di acciaio collegati da un perno; quello inferiore era dotato di un  rilievo con delle scanalature, nelle quali venivano inserite  le graffe, che erano pre-posizionate su un cartone piegato a semicilindro. Le graffe venivano quindi bloccate in sede con un ago passante attraverso tutto il blocco e si inseriva una estremità della cinghia fra le graffe allineate. Si accostava il blocchetto mobile della aggraffatrice e con un colpo di martello ben  assestato si chiudeva il sistema dei graffe. Si ripeteva l’operazione sull’altra estremità della cinghia, avendo cura di utilizzare il giusto numero di graffe e di controllare la posizione sulla cinghia. Le due estremità, così armate di graffe, venivano accostate e vincolate con un filo di ferro.
EMINA (la mina): un recipiente di capacità nota, non necessariamente del valore legale, ma testato ed accettato. Per esempio nella sgranatura del mais si passò alla capacità di 25 chilogrammi dalla precedente di venti chili (a causa della maggior produzione derivante dalle macchine  e dalla resa più elevata del mais rispetto alla meliga).
SCALA : ogni macchina, per qualsivoglia prodotto, era dotata di una scala, per questo a casa nostra c’era tutta una parete coperta da scale.
Erano scale in legno, leggere perché bisognava usarle in continuazione ma robuste e ben fatte che dovevano durare diverse stagioni. Esse erano costituite da alcune assi lunghe circa tre metri e mezzo, con una prolunga a maniglia per quella di destra  per consentire un comodo passaggio dalla scala alla piattaforma di lavoro; portavano ogni trenta centimetri l’alloggiamento per i gradini, listelli di robusto legno, lunghi circa 35 centimetri.
Alle estremità due ganci assicuravano la possibilità di assicurarla al bordo della piattaforma e di bloccarla in posizione di trasporto.
FILO: ogni pressa-paglia ne era fornita, per usarlo mentre si pressava; tuttavia ricordo che qualcuno se lo faceva prestare per approntare i fili in anticipo.
Il filo, di diametro circa 1,5 mm, era di ferro puro fornito in rotolo di diversi chilogrammi o meglio di centinaia di metri. Ogni balla richiedeva due fili di circa 2,5 m l’uno.





 
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