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La trebbiatura del riso Stampa E-mail

La trebbiatura del riso si faceva da settembre a novembre, con modalità diverse a seconda delle località, cioè dell’importanza di detta coltura rispetto alle altre.
La lunghezza della stagione del riso dipendeva non solo dalla quantità ma soprattutto dai tipi, appositamente scelti per diluire la durata del raccolto che così veniva a durare circa due mesi.
Verso la fine degli anni Cinquanta, il taglio del riso veniva fatto esclusivamente a mano, ma già ai primi degli anni Sessanta si passò alla macchina con l’adozione della mietitrebbia.
Il personale per il taglio manuale era quasi esclusivamente del posto, alcuni venivano dalla collina  quotidianamente; le grandi tenute facevano arrivare gente dal Piacentino o dal Canavese.
   La gente del posto, dopo aver prestato la propria opera a qualche tenuta di maggiori dimensioni, provvedeva a tagliare il proprio riso, alla trebbiatura ed all’essicazione, sulle aie e con l’essicatoio (sicatoi). Per questo si lavorava giorno e notte, spostando le macchine in continuazione: di giorno presso qualche cliente di maggiori dimensioni; di notte sulle aie comuni, dove, dopo aver trebbiato il riso già preparato in mucchi (burlin) anche più alti della trebbia, si trebbiava quello dei piccoli che portavano il loro sui carri. Sovente, nella notte si dovevano fare alcuni spostamenti della macchina.
Per la trebbiatura del riso si impiegava  la sola trebbia, non si usava pressare la paglia che veniva ammucchiata in grosso pagliai (paiè) allineati in lunghe file parallele sui lati delle aie. Questi costituivano un divertimento per i ragazzi, giocando a nascondino, salivano a fatica i loro tre metri di altezza e si lasciavano scivolare trascinando una coltre di paglia che poi il contadino doveva rimettere a posto. Oppure vi trovavano sicuro rifugio tra l’uno e l’altro a combinare le scorribande nei cortili ed orti vicini resi accessibili dagli stessi pagliai alti più dei muretti o delle protezioni di fascine (ciuenda).
Per la scarsità di personale venne in uso spostare la paglia con i portapaglia; un tempo, invece, una o due persone spingevano i mucchi di paglia coi tridenti e poi, con movimento coordinato, lanciavano  sopra quella già sul posto.
La trebbiatura del riso generava meno polvere di quella del grano ma il riso dà una polvere che provoca un prurito molto fastidioso; per questo si faceva uso di grandi fazzoletti annodati sul collo per limitare le zone irritate e si impiegava il cappello di paglia (löbia) anche in assenza di sole e di notte.
Il mucchio da trebbiare veniva preparato giorno per giorno evitando di mantenerlo troppo a lungo per impedire che cominciasse a fermentare (piè ‘l buj; buji). Quando ciò capitava il mucchio si scaldava ed emanava grandi quantità di vapore, specie dopo la pioggia, però non ricordo danni al riso.
La macchina era generalmente preparata modificando quella da grano: si cambiava il battitore  e la griglia ed un certo numero di crivelli, con fori di diametro maggiore (ricordo che erano tutti in lamiera di ferro mentre per il grano alcuni erano in legno, facendo scaricare il prodotto trebbiato da un lato, a circa metà lunghezza della macchina).

Il battitore (batur) da riso era formato da due ruote raggiate portanti un numero di spranghe sui quali erano imbullonati denti, a distanza di circa dieci centimetri; pure i denti erano lunghi una decina di centimetri, a forma approssimativamente di piramide tronca.
Il battitore era come un tamburo rotante nella griglia o controbattitore, Anche questa  presentava un numero di spranghe fornite degli stessi denti e la si poteva avvicinare (chiudere) oppure allontanare (aprire) dal battitore per ottimizzare il risultato, cioè per togliere tutti i grani senza romperli.
Griglia e battitore lavoravano come pettini incastrati, di cui quello mobile, il battitore, doveva girare alla corretta velocità.
Il movimento di tutta la macchina era fornito dagli stessi mezzi già descritti per il grano.
Il piazzamento del motore e della trebbia era ovviamente più facile, poiché i componenti del traino erano solo due, però interveniva il problema della superficie delle aie, a schiena d’asino e cedevole sotto il peso delle macchine e soprattutto troppo facilmente sensibile all’uso del martinetto e delle leve, per cui si faceva largo uso di assi per livellare e proteggere il terreno.
I covoni erano sporti dal “burlin” con un tridente; sul pianale della macchina una persona, generalmente una donna, tagliava il legaccio, un tempo costituito da due manipoli di spighe avvolti fra di loro oppure con trecce  di avena  o di erbe palustri. Un’altra persona presentava il covone al battitore e se lo lasciava sfilare dalla mano con regolarità evitando ingorghi e tempi vuoti, che rendevano irregolare lo carico del riso.
Il riso trebbiato veniva caricato, di pala, su piccoli carri a due ruote alte e sottili (la galiota, termine che esprime bene la fatica di lavorarci) e dotata di barre di guida e trazione fisse al telaio, quindi portato sull’aia o all’essicatoio.  Sull’aia si provvedeva a spargerlo uniformemente (si usavano apposite pale di legno in un solo pezzo) e poi a girarlo in continuazione con un asse dotato di lame appositamente sagomate (ruiura), che poteva essere trainato con corde (spesso vi erano addetti i giovani della famiglia) o spinto con una barra rigida. Il riso steso sull’aia veniva ammucchiato (con la “ragia” e con scope di rami di salice) al tramonto in cumuli al centro dell’aia, sul colmo della schiena d’asino, cosicché anche in caso di pioggia non poteva essere bagnato; ovviamente lo si copriva con un telo di tela grossolana, impermeabile.  
Il mattino successivo  si apriva il cumulo di riso con lo stesso asse munito di un grosso manico e corde o catenelle (ragia) e lo si spargeva sull’aia, provvedendo poi a livellarlo con rastrelli ed a arieggiarlo con la “ruiura
Se il riso era destinato all’essicatoio lo si caricava su carri, a quel tempo trainati da cavalli, e lo si portava all’ora stabilita per il proprio turno. Mi è ancora vivo il ricordo del rumore sotto il portone che a casa mia immetteva dal primo cortile a quello dell’essicatoio, un via-vai che durava tutta la notte. Questo non era molto diverso da quelli attuali, ma l’aria era scaldata da una fornace a carbone e tutta  la gestione era manuale. L’essicatoio era una delle prestazioni accessorie che la ditta di famiglia forniva alla clientela ed era stato ideato in famiglia sotto la guida del nonno (vedi foto).
Il pagamento della trebbiatura del riso non era a peso ma a giornata di risaia.
Il riso si trebbiava, o meglio si “batteva”, anche con un altro metodo, che però non coinvolgeva il trebbiatore; la “tresca”. Questo metodo era adottato soprattutto da quelli che producevano il riso da semina perché preservava i grani da rotture garantendone anche la omogeneità di maturazione, perché i grani non maturi restavano attaccati allo stelo.
 
Si procedeva così:i covoni venivano accostati, in piedi, e pressati fortemente l’uno contro l’altro con la spiga in alto, a formare un cerchio di diversi metri; si procedeva quindi a far staccare i grani facendovi girare sopra dei cavalli o dei buoi. Generalmente questi erano condotti a mano, ma si ricorda che un tempo si piantava un palo al centro del tappeto di covoni  e vi si legava una coppia di animali. Un’alternativa era di battere i covoni con la correggiata (una coppia di bastoni legati da una doppia correggia di cuoio, lunghi circa un metro e mezzo) fino a ottenere la quantità di riso voluta. Ovviamente questo modo di “battere” il riso è un retaggio dei tempi passati quando non erano ancora state inventate le macchine. Ora anche chi produce riso da seme impiega la mietitrebbia.
Tolti i covoni, la cui battitura era poi completata con la macchina, si ammucchiava il riso e lo si mondava dalle impurità (bruscoli, grani vuoti, grana verde, ecc. …)  lanciandolo con la pala di legno  con un largo gesto per cui si formava un mucchio, a forma di mezzaluna, di riso buono mentre lo scarto, più leggero, formava un tappeto  tra lo spalatore ed il mucchio buono. 
Bisognava valutare la direzione del vento e mettersi controvento per ottimizzare il risultato.
Questo riso veniva poi seccato sull’aia, e passato al “ventolin” per la pulizia definitiva. Questo era una macchina costituita da alcuni crivelli che permettevano di offrire il riso al vento (di qui il nome) ottenuto dalla rotazione di una ruota con pale, in genere in numero di quattro, posta di fronte ai crivelli. Il riso veniva inserito dall’alto, tramite una tramoggia di sezione quadrata, dotata di una porticina regolabile per una caduta ben distribuita attraverso i crivelli. Era una macchina semplice che richiedeva comunque l’opera di alcune persone, per il carico e il recupero del riso mondato, pronto per il magazzino o per un passaggio rapido nell’essicatoio. Il movimento inizialmente manuale  fu col tempo ottenuto con un  motore elettrico così come per il recupero si adottarono coclee motorizzate, capaci di portare il riso direttamente all’essicatoio ed in magazzino.
Le macchine da riso andarono incontro ad una rapida scomparsa con la mietitrebbia; papà riuscì a limitare i danni piazzandone alcune presso agricoltori parenti ed amici, con soddisfazione di entrambi, come potei verificare molti anni dopo.
 
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