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La trebbiatura della meliga e del mais Stampa E-mail

Il granoturco (meliga) e il mais sono lo stesso prodotto a diversi stadi di evoluzione, come dimostrano le somiglianze della pannocchia (mapa) e del fusto ( migliass), alcune caratteristiche influenzano la raccolta e la trebbiatura. La pannocchia del granoturco veniva raccolta a mano, con le foglie che la avvolgevano come una guaina, molto voluminose e strettamente aderenti, e le piante erano più basse e sovente si provvedeva al taglio del fusto al di sopra della pannocchia non ancora matura, sia per usarlo come mangime per i bovini o strame economico, sia per accelerare la maturazione col miglior soleggiamento ed alleggerire le operazioni della successiva raccolta. Infine, il fusto veniva tagliato alla base ed utilizzato invece della paglia, tanto che si costruirono macchine per la sua sminuzzatura, al fine di permetterne l'uso anche come eccipiente dei mangimi. 

Le foglie della pannocchia, da distinguere da quelle del fusto, molto più fragili e deperibili, venivano un tempo impiegate insaccate per farne materassi, abitudine non solo economica, e per la verità non sempre confortevole, ma sicuramente di valore igienico intrinseco perché ad ogni stagione esse venivano sostituite con la nuova produzione. Esempio di economia contadina dimenticata, e forse anche disprezzata.
I fusti venivano raccolti in fascine ed utilizzati in vari modi, per farne separazioni fra ambienti o costruire ripari, prima di finire come strame nelle stalle sempre presenti in ogni cascina, grande o piccola che fosse.
Anche i tutoli (ugliatun) venivano accuratamente conservati per  diversi possibili impieghi, graditi al bestiame per il loro sapore dolciastro (probabilmente per la presenza di zuccheri od amidi) ed apprezzati per la brace che se ne può ottenere (alcuni appassionati di barbecue li preferiscono tuttora ai prodotti commerciali).
Ma quello che era caratteristico della meliga era che le quantità erano sovente modeste, quanto bastava per il consumo famigliare ( quanta polenta si mangiava!) e del bestiame.
La qualità era molto apprezzabile; il grano (la cariosside) era cristallino di un colore più rosso che giallo, arrotondato, sovente distribuito sul tutolo in modo irregolare in poche decine di unità  a formare la pannocchia. Quanta differenza dal mais dai mille grani per pannocchia! E’ giallo canarino, disposto su fusti tutti uguali, belli, alti anche quattro metri, utili sia a fare medicinali sia da bruciare nelle moderne stufe a pellet ma soprattutto a fare pastoni per suini e bovini (magari ci fosse solo mais!). Anche il mais ha qualità che maturano più o meno in fretta, ma la meliga oltre alla più apprezzata “Marano”, che per la polenta era l’ideale, aveva un tipo a rapida crescita (la quarantina). Era un  prodotto tardo-autunnale, seminato dopo altri raccolti (grano, fieno, fagioli …) per sfruttare al massimo la terra. 
Va ricordata l’abitudine di coltivare insieme la meliga ed il fagiolo rampicante; questo compensava con l’azoto fissato sulle sue radici il supporto fisico fornito dalla pianta della meliga.
Come si raccoglieva la meliga? Le aziende più grandi mettevano nei campi squadre di persone che strappavano la pannocchia dalla pianta, la raccoglievano in cesti che vuotavano nei carri predisposti  sul campo che, una volta pieni, venivano portati al bordo dell’aia.
Quando il mucchio era confacente alle capacità delle aie si provvedeva a chiamare il trebbiatore.
Ricordo che la più grande azienda della zona, nostra cliente, cominciava la raccolta a fine agosto, talvolta con la meliga che faceva ancora il latte, e si procedeva alla trebbiatura per quasi due mesi.
Le aziende più piccole invece raccoglievano il loro mucchio di pannocchie, toglievano a mano le foglie della guaina, che venivano raccolte sul fienile per gli usi già detti.
Non era inusuale vedere le facciate delle cascine ornate, se non letteralmente coperte, da file di grappoli di pannocchie con annodate le foglie, ed esposte per lunghi mesi sotto le grondaie e sui balconi.
Più tardi venne in uso l’immagazzinamento in altissimi contenitori di rete metallica, che però non prevedevano la trebbiatura, cioè la separazione del grano dal tutolo, la foglia essendo già stata eliminata, ma la macinatura diretta  per ottenere uno sfarinato utile all’alimentazione degli animali.
Prima ancora era tradizione lasciare la sfogliatura all’inverno, attività che si svolgeva nelle stalle dove si raccoglievano la famiglia e gli amici ad ascoltare anche le storie ed i casi della vita, al lume delle lanterne a petrolio. Poi la sgranatura si faceva periodicamente, con un macchina che agiva su singole pannocchie, al massimo due per volta. 
Questa consisteva di due piastre in ghisa a forma di disco dotate di bozze sulla faccia di lavoro, di cui uno veniva fatto ruotare con una manovella (qualcuno sostituì la manovella con una puleggia da azionare con motore, su postazione fissa),  contrapposto ad un altro fisso, dotato di uno o due imbuti per introdurre la pannocchia, a mano. Questa veniva inghiottita e sgranata; il prodotto, scaricato a terra, poteva essere utilizzato direttamente come mangime o  essere selezionato se destinato alla molitura.
Poi vennero le sgranatrici, macchine molto robuste ma semplici, montate generalmente su vecchie automobili private di carrozzeria, col motore modificato per funzionare a petrolio e con l’aggiunta di una presa di forza per l’azionamento della macchina. Questa consisteva di due robustissime piastre in ghisa, portanti battitore e controbattitore nonché gli organi oscillanti ed i ventolini per alimentazione, pulizia e scarico del prodotto. La macchina doveva essere posizionata solo curando il livellamento (bastava un asse od un paio di mattoni) e le necessità dello scarico, verso l’aia od un’area dedicata al ricovero; talvolta, si procede ad un nuovo posizionamento, generalmente arretrando la macchina  per recuperare lo spazio reso libero lungo il mucchio delle pannocchie  da sgranare.
 
Un paio di persone bastava generalmente ad alimentare la macchina, armate di pale o meglio di forche a cinque  denti, corredo della macchina. Per lo scarico erano necessarie una o due persone, in quanto la granella veniva scaricata nella emina (“mina”, una coppia era in dotazione della macchina) per essere portata sul luogo di raccolta. Un pallottoliere permetteva di tenere conto delle mine prodotte, operazione spesso controversa, e contestata dall’uno e dall’altro degli interessati (il trebbiatore in più, il cliente in meno). C’era poi la furbizia di riempire la emina più del dovuto, schiacciando i grani, con ciò espellendone fino a formare mucchi enormi, quasi mai conteggiati.
Un paio di giorni alla settimana erano dedicati ai clienti più piccoli o più lontani, ciò comportando lunghi spostamenti, scarsa produzione, incassi ridotti e spese maggiori per il trebbiatore.
Mio padre tollerava che un nostro operaio aiutasse il contadino senza aiuti. E ciò comportava un’ulteriore riduzione degli introiti perché vi corrispondevano perdite di tempo e riduzione dei controlli sulle quantità prodotte. Però, l’operaio era contento perché arrotondava la paga col compenso o la mancia dell’aiutato. 
Poi, una serie di cause portarono all’introduzione della sfogliasgranatrice o più semplicemente sfogliatrice, macchina molto più grande, complessa e pesante.
Gli aspetti più evidenti erano l’aggiunta di un elevatore per l’alimentazione, di scuotipaglia e di crivelli e ventilazioni per la separazione della granella, delle foglie e dei tutoli. Infatti, con questa macchina si poteva sgranare il mais senza preventivamente eliminare le foglie, per cui allo scarico si avevano tre mucchi: granella, da asportare col solito sistema delle emine, tutoli da allontanare con tridenti o pale e foglie da allontanare con tridenti. Si trattava di una vera e propria trebbiatrice, ma montata su un veicolo a motore endotermico. Nel nostro caso questo era un vecchio Bianchi Miles Mediolanum, reduce dalla guerra di Etiopia, una vecchia conoscenza di papà che colà aveva fatto l’autiere, ovviamente modificato per rendere  possibile l’azionamento della macchina.
Con la sfogliatrice le soste presso i clienti diventarono più lunghe seppur ridotte in numero; infatti, contemporaneamente erano state introdotte le nuove varietà di mais, di maggior produttività, che implicò un aumento delle estensioni dedicatevi ed erano diminuite drasticamente le disponibilità di manodopera per cui si fu felici di non più dover sfogliare a mano.
Anche l’introduzione degli essiccatoi lavorò in questo senso, permettendo la raccolta di prodotto meno maturo. 
Con la sfogliatrice, la sgranatrice  perse le sue ragioni di impiego per cui quella fu adottata al suo posto… fino a quando non furono introdotte le mietitrebbiatrici adattate al mais.
L’introduzione della sfogliatrice permise però la coltivazione del mais anche in zone altrimenti non dedicatevi. E’ il caso delle grosse aziende risicole  soprattutto per  necessità di rotazione. Queste prima finivano la raccolta del riso; solo dopo provvedevano a quella del mais. Si trattava generalmente di produzioni molto grosse concentrate in pochi giorni, questi a loro volta concentrati alla fine del periodo di contratto dell’allacciamento della corrente elettrica, per cui si lavorava in continuo giorno e notte, per alcuni giorni, poco più di una settimana.
A complemento della lavorazione del mais, sempre per fornire più prestazioni alla clientela, papà aveva inventato una macchina per ridurre le piante del mais a truciolo. Questa consisteva in un carrello su cui era montato un battitore adattato alla bisogna, davanti al quale stava una coppia di rulli a bugne che ruotavano a velocità ridotta per presentare i meligacci riuniti in fascine, in modo che venissero sminuzzati a misura di truciolo. Inizialmente si andava in inverno presso il cliente; poi, si passò a forme di prestito infine la pratica si estinse naturalmente con la comparsa delle mietitrebbia che maciullano tutto ciò che non serve e lo lasciano nel campo, come  concime.
 
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