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La lavorazione della marna Stampa E-mail

La marna, proveniente per mezzo della teleferica dalle cave Ecola-Biandrà-Cavallera, veniva depositata in un silo che era affiancato da un altro di riserva e da un terzo per la ghiaia. Lo scarico dei carrelli era automatico e, solo in caso di necessità, alcune donne facilitavano con un bastone l’operazione di ribaltamento. Sotto il silo principale c’era il frantoio che riduceva le dimensioni della marna e, quando il calcare era particolarmente bagnato, per facilitare il lavoro del frantoio, veniva mescolato con la polvere proveniente dai camini del forno e raccolta in un apposito locale. All’occorenza, tramite un binario, il materiale veniva versato dal silo laterale in una botola sotto la quale , un vagoncino portava il calcare in un frantoio di riserva. I due frantoi alimentavano un essiccatoio che funzionava con il calore di recupero del forno e serviva ad asciugare il calcare dall’acqua.
Dall’essiccatoio il calcare giungeva nel mulino a sfere che lo riduceva in polvere e veniva poi convogliato in quattro sili che alimentavano il forno rotante dove, ad una temperatura di1400 gradi, cuoceva per circa 45 minuti. Il forno, rivestito da mattoni refrattari, veniva acceso normalmente con della legna e successivamente alimentato con carbone polverizzato, introdotto con getti d’aria.
L’introduzione del calcare ed il controllo della cottura dipendevano esclusivamente dall’esperienza del fornaciaio, non esistendo alcun controllo meccanico o elettrico. A volte, per esempio, quando il calcare veniva cotto troppo, il rivestimento interno veniva fuso in alcuni  punti che si evidenziavano esternamente con macchie rosse. Il fornaciaio, per rimediare, faceva ruotare il calcare sul punto di fusione e, dopo aver fermato il forno, lo lasciava raffreddare per ripristinare il rivestimento.
Uscendo dal forno, il clinker (nel 1844  Isaac Johnson pose in valore la cottura dei materiali (calcare, argilla) spinta fino a fusione incipiente (clinkerizzazione), che costituisce la caratteristica del Portland odierno) passava nel tubo di raffreddamento e successivamente, per mezzo di un  trasportatore a scuotimento, giungeva in un silo da dove alcune donne, con un vagoncino su rotaia (carìn), lo portavano in un  silo più piccolo. Quando questo era pieno il clinker veniva immagazzinato nel piazzale sottostante. Poi, per mezzo di un elevatore a tazze vaniva portato in un altro silo che, con altri due contenenti ghiaia e gesso (provenienti dalle cave di Murisengo ), alimentava due mulini. Sotto i sili c’erano delle bilance  che, a seconda della taratura, rilasciavano i vari materiali nei due mulini da cui usciva finalmente il cemento.
Dopo l’insaccatura, quest’ultimo per mezzo di un binario, giungeva al piano caricatore posto all’inizio di via Fontanola e veniva infine trasportato sui vagoni ferroviari.

 
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