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Il telegrafista Stampa E-mail

Il telegrafo era il mezzo di comunicazione che si usava quando non c’era ancora il telefonotelegrafo.
E’ composto da un mobiletto sul quale sono appoggiati un tasto, una bobina che avvolge una sottile striscia di carta che si srotola quando si riceve, una manovella, una bussola.
Con il tasto si trasmette e sulla strisciolina di carta, detta “zona”, si riceve; si scrive con l’alfabeto Morse, una composizione per ogni lettera di linee e punti. Quindi bisognava sapere bene l’alfabeto  Morse per tradurre questi punti e linee in parole; occorreva essere svelti e comprendere istantaneamente quanto compariva sulla zona.
Ad esempio .- era A, -…B; la parola telegrafo si scrive così -  .  ..-.  .  --.  .-.  .-  .-..
Io sono diventata telegrafista a diciotto anni, nel 1943.
Si diventava telegrafisti sostenendo un esame dopo qualche mese di praticantato presso uffici pubblici.
Erano gli anni terribili della guerra, quelli ancora più terribili della guerra civile.
Io lavoravo alle Ferrovie di Vercelli, dove il telegrafo era molto importante. Ero impiegata all’Ufficio Movimenti.
Ricevevo le segnalazioni degli arrivi dei treni, la loro sosta nella stazione e segnalavo al capostazione il tutto. Dovevo quindi rispondere e tutto doveva avvenire con estrema precisione ed attenzione.
Ho un ricordo tragico di quei mesi, perché transitavano le tradotte con i prigionieri italiani diretti in Germania.
 Una volta, sentendo invocare la richiesta d’acqua, ho riempito la mia borraccia e mi sono avvicinata al treno, attraversando i binari senza guardare, tentando di avvicinarla ad un uomo che mi guardava implorante dall’altra parte.
Aveva una barbetta, era magro e chiedeva acqua. Non riuscivo a farlo bere, allora gli ho lanciato l’acqua e poi mi sono girata per tornare indietro ma ho sentito qualcosa che mi pungeva alla schiena. Era la canna di un fucile.
Un tedesco me la puntava e mi diceva che avrebbe mandato anche me in Germania e io gli risposi che non avevo fatto niente, non poteva farlo. Allora si avvicinò un altro soldato, quello che durante le notti in ufficio controllava quello che ricevevo (sapeva un poco di telegrafo), parlottò con lui. Alla fine il primo mi lasciò stare ed io ritornai in ufficio, con negli occhi quelle immagini che non scorderò mai.
Dopo mi impiegai alle Poste, dove il telegrafo aveva un ruolo di primo piano. Arrivavano i telegrammi, si trascrivevano con le parole e si portavano ai destinatari.

 
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