Le mondine

Il lavoromondine
Il lavoro delle mondine è scomparso quando si è introdotto l'uso dei diserbanti chimici.
Consisteva essenzialmente nell'estirpare le erbe malsane e infestanti che crescono insieme al riso. Di solito però, svolgevano anche altri lavori: la spianatura del terreno con il badile, la mietitura dell'orzo e del grano, la semina e il trapianto del riso che, come la maggior parte dei mestieri, si svolgevano a mano.
Le erbe estirpate al momento venivano poste nelle pieghe della gonna e in seguito venivano portate, da appositi carretti, ad essiccare al sole. Servivano come mangime per i bovini, oppure venivano depositate sugli argini dei canali di irrigazione o in solchi di terra non coltivata.
Le mondine, che avevano un'età fino ai sessant'anni, svolgevano un lavoro molto duro e faticoso perché dovevano stare per lungo tempo con la schiena curva e nell'acqua a piedi nudi, tra insetti e animaletti pericolosi e fastidiosi come le zanzare e le cimici. A volte si trovavano anche le bisce che, pur essendo innocue, facevano scappare impaurite la maggior parte delle lavoratrici.
Le mondine, per proteggersi le gambe dagli insetti e dallo sfregamento provocato dal riso, indossavano lunghe calze di filanca (alle quali tagliavano la parte del piede) che partivano dalla caviglia e terminavano a metà coscia. Portavano sulle braccia dei manicotti (maniot) "tubi" di stoffa chiusi con l'elastico al polso e al gomito, per proteggere le braccia e le maniche dell'abito. Per ripararsi dal sole, portavano cappelli a grandi falde sotto ai quali usavano un fazzoletto tirato avanti, sul viso, per difendersi dalle zanzare. Indossavano una gonna con sopra un grembiule (fudlin). Mettevano di solito una fettuccia intorno alla vita per sorreggere il grembiule arrotolato.
L'orario di lavoro, seguito dalle mondine, era di 10/12 ore al giorno, negli ultimi anni ridotto a 7/8 ore. Le donne in gravidanza, se le condizioni di salute lo permettevano, lavoravano fin agli ultimi giorni precedenti al parto.
Da un racconto si evince che, alcune volte, i bimbi di pochi mesi, venivano portati dai fratellini più gendi nelle risaie dove lavoravano le madri per poter essere allattati in pausa pranzo.
Il pasto di mezzogiorno veniva consumato all'ombra, vicino alle risaie ed era composto da cibi freddi che venivano portati da casa, tra cui pane e gorgonzola, acciughe, qualche grappolo d'uva nel periodo di vendemmia, un pezzo di peperone, una cipolla cotta, un uovo sodo e, poche volte, il salame perché costava molto.
Le mondine erano originarie del paese stesso o provenivano dai paesi di collina oppure da altre regioni dove il riso non si coltivava: soprattutto dal Veneto, dall'Emilia e, negli ultimi tempi, anche dal meridione. Le mondine forestiere, che costituivano circa il 50% della manodopera, alloggiavano nelle cascine, talvolta nei locali appositamente costruiti e a volte nei magazzini vuoti.
Le grandi "cascine da riso", infatti, comprendevano diversi edifici: l'abitazione del padrone, quella dei salariati e dei bergamini che abitavano stabilmente nella cascina, il pollaio ed il porcile (a cui aveva diritto ogni famiglia di lavoratori fissi), i dormitori, le scuderie, le stanze da pranzo per le mondine, le stalle e i magazzini. Le mondine per igiene personale e per il bucato, avevano a disposizione l'acqua dei canali che servivano ad alimentare le risaie.
Il padrone, oltre all'alloggio, doveva provvedere al vitto. La padrona stessa, insieme alla capomondina, alle quattro del mattino pesava i generi alimentari previsti per il pasto, seguendo particolari tabelle. Comunque il cibo era poco vario. Durante la monda si cantava molto, poiché cantando il lavoro appariva meno faticoso e non si sentiva il dolore che veniva alla schiena. Inoltre si scandiva il ritmo del lavoro stesso.
Tra i vari canti popolari ricordiamo in particolare: Bandiera rossa (cantata nel dopoguerra), Faccetta nera (tipica canzone dell'epoca fascista), Senti le rane che cantano, Povero Matteotti e Siur padrun da li beli braghi bianchi e alcune strofette con le quali ricordavano al padrone che era ora di andare a casa come:

Siur padrun l'è l'ura l'è l'ura
(signor padrone è l'ora)
tirè fora la sigilla
(tirate fuori l'orologio)
s'a vuri di la verità
(se volete dire la verità)
a l'è l'ura de 'ndà cà
(è l'ora di andare a casa).

Il sabato sera e la domenica erano occasioni di festa e di balli che si svolgevano o nelle cascine stesse o nelle sale del paese, di solito al suono della fisarmonica, e facevano accorrere tutti i giovani della zona. Le mondine ricevevano una paga in denaro e una certa quantità di riso che portavano a casa per la loro famiglia. Le più giovani spesso mettevano da parte i soldi per il corredo e per sostenere le spese del matrimonio.

Le otto ore
Non si può tralasciare la storia dei lavoratori, di quelli che hanno contribuito con la loro fatica allo sviluppo della risicoltura moderna.
Stare chini per ore al sole, con le gambe nude, tra gli insetti,  a compiere operazioni che richiedevano precisione, e sotto l’occhio attento del soprastante era veramente duro.
Già dall’infanzia nel mondo contadino si incominciava a lavorare; i piccoli coltivatori  mandavano i loro figli a sei -sette anni a zappare, a fare erba, a sistemare l’orto ecc...;  poi, nel periodo di monda o della raccolta la giornata lavorativa non aveva mai fine.
E’ a partire dall’inizio del ‘900  che  i proprietari e i fittavoli fecero ricorso alle donne;  ben presto sostituirono gli uomini e si impiegarono anche avventizi di altre regioni o del Monferrato.
Una testimonianza significativa, che però è della fine degli anni ’40 del Novecento, è il film “Riso amaro” di Giuseppe De Santis; certamente ci aiuta a conoscere qual era la realtà agricola vercellese che per secoli era stata immobile e non si
trasformerà  fino all’avvento della meccanizzazione .
La storia delle mondine e dei braccianti è fatta di lotte per il diritto ad un lavoro dignitoso e che non compromettesse la vita stessa; infatti, prima non esistevano contratti e paga ed orari erano decisi localmente.
  Tra il 1901 e il 1905 si svilupparono nelle nostre campagne movimenti e leghe per la riduzione delle ore di lavoro, soprattutto per la conquista delle otto ore. In tutti i comuni si registrarono scioperi e manifestazioni; il governo risolse sovente la situazione  con l'invio della forza pubblica e i padroni con la frusta. Gli scioperanti allora giravano di cascina in cascina per convincere i lavoratori ad astenersi dal lavoro. Le dimostrazioni si succedettero per mesi senza interruzioni, anche in tutta la pianura Padana. A Vercelli nel 1906 gli scioperanti  si recarono sotto il municipio con bandiere rosse e bianche per le otto ore e ottenere una paga di  25 centesimi all'ora: ruppero vetri e insegne. Intervenne la fanteria e la folla fu caricata. Le commissioni comunali incaricate di contrattare con i proprietari agricoli le varie richieste si accordarono sull'aspetto economico,  anche se lasciarono libere le squadre di lavorare otto o nove ore. Comunque, il primo giugno 1906 è la data simbolo della conquista della otto ore in risaia. La situazione non si calmò; altre lotte si innescarono anche in differenti settori.
Il 14 agosto 1906 a San Germano si tenne il congresso delle Leghe contadine; chiedeva: 5 lire al giorno per gli uomini, 3 lire per le donne, otto ore, norme igieniche,  distribuzione gratuita  di chinino contro la malaria…
Nell’agosto del 1906 si contarono 26.000 scioperanti che salirono dopo pochi giorni a 35.000, con la partecipazione di molti forestieri che dovevano sostituire i braccianti in sciopero. Fu  formata un a commissione per formulare al governo di Giolitti una proposta di legge sul lavoro delle risaie.
Agli incontri separati tra le parti si susseguirono gli scioperi, dovunque.
Solo nel 1908 cessarono e si intravide un accordo per l’orario: dal mattino fino alle quindici circa. Il 31 maggio si siglò l’intesa .
Le mondine ottennero otto ore e trenta di lavoro al giorno, con l’impegno di arrivare l’anno successivo a otto, e alcuni aumenti salariali.
Il contratto collettivo prevedeva anche un compenso di riso a fine monda.

La vita
Ogni anno, per la campagna risicola migliaia di donne si riversava nel Vercellese dove la mano d'opera locale non era sufficiente.
Si trattava di persone che arrivavano dal Piacentino, dal Mantovano, dalle province di Rovigo e altre parti del Veneto; poiché la loro zona soffriva di una grande miseria, il lavoro stagionale in Piemonte era l'unica possibilità che consentiva loro di portare a casa un po' di danaro e cibo.
Queste lavoratrici affrontavano un viaggio disagevole partendo dalla propria abitazione con mezzi di fortuna, per raggiungere le stazioni di partenza dei "treni speciali" che le avrebbero portate a Vercelli.
Qui giunte, rifocillate presso il Centro di accoglienza delle mondariso, raggiungevano poi le tenute di lavoro con i mezzi del padrone (il rimorchio trainato, prima dai cavalli e poi dal trattore) a carico del quale erano le spese di tutto il viaggio. Per l'ammissione al lavoro occorreva essere in possesso dell'atto di nascita e una dichiarazione dell'Ufficio Sanitario del Comune di provenienza attestante l'immunità da malattie infettive, condizioni fisiche di salute da permettere il lavoro in risaia.
Il contratto collettivo, prevedeva che ad ogni lavoratrice fosse corrisposto, oltre al salario, un chilogrammo di riso bianco originario, raffinato, mercantile, possibilmente di produzione locale per ogni giornata di prestazione e senza detrazione sulla paga. In questo modo le mondariso ricevevano alla fine del periodo di monda circa Kg 40 di riso, la cui qualità era non sempre buona, perché non tutte le aziende erano attrezzate per la pulitura del riso.
Il lavoro delle mondariso consisteva nell'estirpare le piantine, che bisognava ben conoscere e che infestavano la risaia soffocando la normale crescita del riso. Nelle cascine, ove si praticava la monda, le donne chine per tutta la giornata con piedi e mani in acqua toglievano le erbe infestanti camminando una a fianco dell'altra. Dove invece si praticava il trapianto, le donne (sempre una a fianco dell'altra) piantavano con il dito nel terreno molle (perché sommerso dall'acqua) le piantine di riso camminando all'indietro. Tali condizioni di lavoro potevano essere causa di malattie professionali quali reumatismi e malaria.
La monda aveva inizio circa un mese dopo la semina cioè a maggio e durava normalmente dai 45 ai 50 giorni in genere fino alla fine di giugno ma poteva protrarsi, in casi eccezionali, fino al 15 o al 20 di luglio. Nei casi più favorevoli si operavano una prima e una seconda mondatura ma, a volte si presentava la necessità di effettuare fino a quattro volte la monda eseguita a distanza di quindici giorni una dall'altra.
Il lavoro era effettuato in squadre ed in ogni squadra doveva essere designato un lavoratore o una lavoratrice con le funzioni di rappresentante di squadra nominati dalla stessa, cioè "il capo o la capa". Questa figura oltre ad effettuare il normale lavoro, provvedeva all'assistenza dei lavoratori, alla registrazione su apposito libretto delle ore ordinarie di lavoro (a quei tempi erano otto e non sette come oggi) e di quelle straordinarie che potevano arrivare fino a tre e al mantenimento dei rapporti tra il datore di lavoro e la squadra.
Le squadre dovevano essere composte di mano d'opera idonea e capace nei lavori di monda e trapianto, per cui i lavoratori che risultavano non avere i requisiti di cui sopra, venivano dimessi dal lavoro e immediatamente rimpatriati. La giornata di lavoro era di otto ore distribuite secondo le consuetudini locali; l'inizio era fissato per le cinque del mattino ma poteva essere anticipato o posticipato per le operazioni d'aia di due ore giornaliere al fine di utilizzare le più favorevoli condizioni atmosferiche. Alle otto era prevista una breve pausa per la colazione, poi si riprendeva a mondare fino a mezzogiorno; si pranzava e poi si lavorava fino alle tre.
Al tramonto le mondariso scendevano a lavarsi nell'acqua dei fossi, allora limpida e pura poi rientravano in cascina; nel refettorio, o più spesso all'aperto, si consumava la solita cena.
Per alleviare la fatica, il dolore, per tenere occupata la mente, (ma anche per scandire il ritmo del lavoro) le mondine cantavano. Si trattava spesso di "canti a dispetto" improvvisati attraverso i quali si dialogava (botta e risposta tra le lavoratrici assunte con regolare contratto e le "clandestine") sulle cronache della risaia. Altre volte erano canti di protesta, che denunciavano lo sfruttamento, altre volte ballate popolari che parlavano d'amore, di tradimento, di vita e di morte.
Per un lavoro del genere non c'era certo posto per l'eleganza in quanto gli abiti dovevano assolvere soprattutto a due funzioni fondamentali: lasciare liberi i movimenti e proteggere il corpo dalle punture degli insetti e dal sole. Si indossavano dunque gonne corte o rimboccate intorno alla vita, magliette, camicette, calze senza piede, grandi cappelli di paglia a larghe tese. Poiché la moda del tempo imponeva la carnagione bianca e diafana, le lavoratrici cercavano di ripararsi il più possibile dal sole per non essere discriminate a colpo d'occhio come "paesane". Caratteristico era il rigonfiamento della gonna che le donne, prima di entrare nella risaia arrotolavano per evitare che si bagnasse.