Il riso nel vercellese

Nelle nostre zone la coltivazione del riso fu introdotta molto probabilmente tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, forse dai Monaci dell'abbazia benedettina di Santa Maria di Lucedio che disboscarono la vastissima selva che la circondava e crearono le prime risaie. E’ probabile che il riso sia giunto in Italia dalla Spagna, dove arrivò grazie agli Arabi.

Tra il Quattrocento ed il Cinquecento veniva ancora considerato come una "droga estera" e venduto insieme allo zucchero, al pepe e ad altre spezie.

La coltivazione del riso, che era molto redditizia, permise di sfruttare terreni poco fertili e umidi, inadatti a tutte le altre colture.

Con la coltivazione del riso, nacquero quasi subito i primi problemi di igiene e sanità pubblica: in Piemonte, nell’anno 1523, scoppiò nel Saluzzese una pestilenza che provocò parecchie vittime, per cui i Saluzzesi stabilirono che non si dovesse seminare riso nel territorio della loro città. La risaia, infatti, con le sue acque stagnanti, rendeva l’ambiente malsano e produceva malattie, tra le quali la malaria, malattia provocata nell’uomo dalla puntura della zanzara anofele che vive e si riproduce nelle acque ferme.

Il rimedio venne subito intravisto nell’allontanamento delle risaie dalle zone abitate; pertanto le autorità iniziarono ad emanare una grande quantità di editti per limitare drasticamente la coltura del riso. Queste leggi dettavano la distanza minima dalle città a cui si poteva seminare il riso e prevedevano multe e perfino la prigione per chi non le rispettava. Esse ebbero effetto sulla popolazione laica, ma non sul clero che possedeva molti terreni coltivati a riso ed era completamente indipendente dalle autorità civili.

Perfino il viceré spagnolo, capo del ducato di Milano, cercò di imporre ai sacerdoti di adeguarsi alle prescrizioni.

Nel 1571 la coltura aveva raggiunto un’estensione notevole e anche il Duca Emanuele Filiberto di Savoia fu costretto a vietarne la diffusione nei dintorni di Vercelli, concedendo al solo Vescovo il permesso di seminare riso nella zona di San Bartolomeo, vicina alla città.

La città di Vercelli, devastata dalla malaria, presentò l’8 agosto 1583 una richiesta contro la cultura del riso a Carlo Emanuele I ed ottenne la totale proibizione delle risaie nelle province, ma la Camera dei Conti ridusse la proibizione, fissando a dieci miglia la distanza dai centri abitati alla quale dovevano essere situate le risaie.

Anche per tutto il Seicento e il Settecento si susseguirono leggi che miravano a limitare la coltura del riso, senza però ottenere effetti significativi. Nel 1784 G. A. Ranza pubblicava a Vercelli "Il pensiero sopra le riserie della Lombardia", in cui criticava l’eccessivo sviluppo delle risaie in Lombardia e in Piemonte, spiegando che la risaia, sotto il profilo igienico, rendeva l’aria malsana, con le acque putride e stagnanti, e provocava danni alla salute di coloro che erano costretti a viverne ai margini.

Infatti, fino alla fine del Settecento il problema dell’irrigazione era stato quasi del tutto ignorato e l’acqua delle risaie era per lo più stagnante.

Per irrigare le risaie nel Vercellese erano necessarie opere consistenti che solo l’autorità pubblica poteva portare a termine: fino ad allora non erano stati aperti che due canali del tutto insufficienti.

Intanto le risaie continuavano a diffondersi in modo preoccupante, senza che nessuna legge o regolamento potesse fermare il fenomeno.

Il riso era, nelle nostre zone, il prodotto agricolo di gran lunga più redditizio.

La possibilità di avere una buona quantità di prodotto con poca manodopera, portò ad un’altra piaga delle nostre regioni: i proprietari, i nobili e i grandi ecclesiastici, potevano vivere benissimo in città, godendosi le rendite, disinteressandosi delle loro terre, che lasciavano nelle mani di un affittuario, e dei problemi ad esse correlati.

Per quanto riguarda il problema della salute e dell’igiene dei lavoratori nelle risaie, si sa che a Villanova, nel 1811, su 2.000 abitanti ben 800 erano stati colpiti da febbri intermittenti e che la vita umana non si prolungava al di là dei 30-40 anni.

Diffusissime erano la tubercolosi, la pellagra, il vaiolo, l’idropisia, e la cachessia ed a tutto questo si aggiungevano le carestie.

In questo periodo ci fu qualche tentativo isolato di sanare la terribile situazione sanitaria. Per legge, nei mesi di luglio, agosto e settembre i venditori di vino al dettaglio nei villaggi di risaia pagavano soltanto la metà delle tasse, al fine di poter offrire ai coltivatori vino a basso prezzo. Il vino, infatti, era un alimento importante nella dieta dei lavoratori del tempo e si pensava che una dieta più ricca potesse aiutarli a combattere febbri e malattie. Il marchese Fassati, uno dei più ricchi proprietari della città di Casale, nelle sue risaie di Balzola manteneva l’acqua sempre corrente, forniva cibo sufficiente e vino ai suoi contadini nei mesi di luglio e agosto e li obbligava a portare abiti di lana al mattino e alla sera per impedire il morso della zanzara che provoca la malaria: in questo modo era riuscito a bandire dalle sue terre le febbri e le malattie.

Nel 1810 Gaspare de Gregory presentò un progetto di legge sulla coltura del riso acquatico, in base al quale essa non si sarebbe potuta introdurre né mantenere senza una concessione governativa, accordata non al proprietario del terreno, ma al Sindaco del luogo dopo una delibera del Consiglio Comunale a maggioranza di voti.

Questo espediente aveva lo scopo di limitare le risaie ai soli terreni non adatti ad altre colture ed a contrastare i ricchi proprietari che spesso ottenevano permessi facili. Inoltre, le risaie non avrebbero potuto occupare che la quarta parte del territorio comunale e le grandi coltivazioni avrebbero dovuto essere del tutto isolate e le relative richieste di concessione avrebbero dovuto indicare i modi per impiegare l’acqua corrente.

L’irrigazione e lo scolo delle acque sarebbero stati sorvegliati da un apposito corpo di guardie agli ordini del prefetto. Ai proprietari era vietato di far irrigare la risaia per proprio conto.

L’idea di fondo di questo progetto era che con la divisione delle grandi proprietà e con nuove opere idrauliche, la situazione igienica fosse destinata a migliorare, come sarebbe stata destinata ad aumentare la popolazione e a farsi meno precarie le condizioni di salute dei giovani.

Aveva visto, o almeno intravisto, giusto in parecchie questioni, anche se oggi è poco ricordato tra coloro che diedero un primo contributo al problema.

La situazione della coltivazione del riso si era ormai spinta ad un punto tale che la risaia non poteva più essere né soppressa né limitata: il riso stava diventando il punto di forza dell’economia del Vercellese.

Oggi nella nostra zona la malaria è stata debellata grazie alla bonifica dei terreni paludosi, all’irrigazione con acqua corrente, alla scoperta ed all’uso del chinino, farmaco che combatte la malaria, ed al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione in generale, ma le risaie rappresentano ancora un problema, sebbene d’altro genere, legato al massiccio impiego dei diserbanti e degli insetticidi, alla distruzione di alcuni ecosistemi per far spazio alle coltivazioni ed al sorgere di un nuovo latifondismo.


Testo tratto da:
Giordano G., Gaspare de Gregory e la coltura del riso nel Vercellese, Atti del convegno Terre sul Po dal Medioevo alla Resistenza, Crescentino, 1998
 

Un documento

All'Abate Maggiore di Lucedio

In considerazione della fama di grandi sperimentatori dei monaci Cistercensi allego a questa missiva qualcosa di molto prezioso ma anche temibile su cui vi pregherei di fornirmi le vostre osservazioni.

In fede
Galeazzo Sforza