Testimonianze

Fino agli anni 60 circa, molte donne erano costrette a lavorare nelle risaie di Vercelli, Novara, Pavia.
Attraverso gli uffici competenti si mettevano in lista per essere incluse in una squadra di mondine. Ogni squadra era di circa 35 mondine e ciascuna aveva una "capa"o "primadonna". Partivano verso la fine di maggio e ritornavano ai primi di luglio (erano circa 40 giorni di lavoro).



Testimonianza n°1

"I padroni delle risaie verso i primi d'aprile avevano arato i campi, seminato il riso e poi dopo 20-25 giorni, quando le piantine erano nate lasciavano scorrere l'acqua fino a coprirle perchè, il riso ha bisogno per crescere di tantissima acqua.
Il nostro lavoro era molto faticoso, noi mondine avevamo due compiti: dovevamo trapiantare il riso, cioè togliere le piccole fitte piantine dal campo dove erano cresciute, il vivaio, e andarlo a ripiantare negli altri campi ancora vuoti.
Si facevano dei grossi mazzi che erano trasportati con delle slitte tirate dai cavalli nei campi nuovi e era ripiantato in mazzetti di 5-6 gambi.
Si lavorava sempre a schiena in giù andando un pò all'indietro. Poi bisognava "mondare" il riso cioè togliere tutte le erbacce, "il giavon", che cresceva forte e robusto in mezzo alle piantine deboli e ancora piccole del riso.
Si doveva rimanere per ore e ore con i piedi in mezzo l'acqua con la schiena piegata in giù a togliere queste erbacce e qualcuna a volte piangeva per il mal di schiena.
Era molto difficile riconoscere le foglie del giavon perchè non erano molto diverse da quelle del riso.
Tutte le mondine lavoravano in gruppi che procedevano in file; non si poteva alzare la schiena per riposarsi un attimo altrimenti il padrone che era sull'argine a controllare, ti avrebbe richiamato subito.
Bisognava essere anche molto veloci nel procedere altrimenti la fila sarebbe avanzata lasciandoti indietro e si sarebbe notato subito.
Alcune volte le erbacce erano così radicate nel terreno che per toglierle ci voleva molta forza e spesso si finiva con il"sedere" nell'acqua.
Con il sole l'acqua che copriva i campi era molto calda e attirava molti animaletti come piccoli serpentelli, tantissime zanzare, nuvole di moscerini e i "maledetti" "fa prest" bestioline simili ai granchi che si attaccavano alle gambe e pizzicavano e succhiavano il sangue.
Spesso durante il lavoro per sentire un pò meno la fatica, il mal di schiena e per passare un pò il tempo si cantava.
C'era una mondina che intonava un canto e poi tutte le altre la seguivano.
Un canto che spesso si cantava era "siur padrun dali beli braghi bianchi"

Mondine di Taneto ( Reggio Emilia )


Testimonianza n°2

"Per chi non sapeva dove cominciare erano giorni tremendi, tra le zanzare,le bisce, le sanguisughe, le gallinelle.
C'era chi ne provava ribrezzo e io, che ero abbastanza vivace, da incosciente, spaventavo le altre, senza rendermi conto di che cosa volesse dire avere paura.
Per me e per tutte era una festa la fine della giornata di lavoro".

Anna Clarice Faietti di Novellara



Testimonianza n°3

"La sveglia era alle cinque del mattino,quando era ancora buio, ci si lavava la faccia nella tinozza e poi subito si partiva a piedi e si doveva camminare scalze fino alla risaia.
Alle sei bisognava essere pronte per iniziare a lavorare e non si smetteva fin verso le 9.00 quando avevamo qualche minuto per la colazione.
Ciascuna doveva portarsi qualcosa,i padroni non ce la davano; c'era chi aveva un pezzo di formaggio,un pezzo di pane, un frutto o una barretta di cioccolato, cose piccole che erano state infilate nel cassone di legno prima di partire da casa.
Si tornava a lavorare fino alle 3.00- 4.00 del pomeriggio e poi si tornava a casa e si faceva un unico pasto unendo pranzo e cena.
Il pomeriggio il caldo era asfissiante e si poteva bere solo quando una di noi aveva il permesso di andare a prendere il "barlet", un barilotto di acqua fresca dal quale dovevamo bere tutte; la prima era fortunata perché l'acqua era fresca ma prima che tutte avessero bevuto l'acqua faceva in tempo a scaldarsi e quindi l'ultima la beveva quasi calda".

"La sveglia era alle cinque del mattino e, precedute dalla capa e dal padrone,oppure dal fattore,le mondine andavano in risaia disponendosi tutte in fila sull'argine.
Al grido della capa:" dòni,zò" (donne,giù) entravano in acqua sprofondando nella melma a volte fino al polpaccio".

"Le zanzare non davano pace e, non erano da meno tutti gli insetti che si nascondevano nel riso, chiamati, nel gergo: marietèini, vampirèin, faprést, ... ; questi ultimi erano tremendi perché quando mordevano un dito si addormentava tutta la mano.
Ma quello che più spaventava le mondine erano le bisce".

"In queste condizioni le mondine, piegate in due, lavoravano fino alle nove, dopo di che, in 10 minuti di sosta, facevano colazione con una pagnotta che si portavano in risaia in un sacchetto legato alla cintura dei pantaloni.
Quei 10 minuti volavano e, poi di nuovo giù fino a mezzogiorno.
Alle quattordici si riattaccava e, a quell' ora il lavoro era molto più pesante e faticoso. Infatti l'acqua, che nel frattempo si era riscaldata, emanava un nauseante odore di marcio.
Il sole scottava la schiena, e le gocce di sudore che scendevano dal viso si mischiavano all'acqua della risaia".

Gabriella di Taneto (Reggio Emilia)

Testimonianza n°4

"La prima volta, entrare e vedere quell'immenso capannone in cui avrei dovuto dormire, è stato un brutto colpo, per me che ero abituata alla mia stanza. Poi ho pensato che quaranta giorni sarebbero passati. Non avevo mai nemmeno immaginato che si potesse dormire in tante, tutte insieme, in un luogo così enorme, grande, alto. E la luce era il buio: una sola lampadina nel mezzo, un lumicino come candela in una casa. Mi ricordo come se fosse adesso.
Ma la cosa peggiore è stata quando si è trattato di riempire i paion, le fodere che avevamo portato da casa e che mi avevano consigliato di fare con tela molto fitta perchè non uscisse la polvere.
Dietro a quello in cui dormivamo c'era un capannone più piccolo, con balle di paglia metà di riso e metà di frumento.
Chi è stata più svelta ha preso la paglia di frumento, che è più morbida, alle altre è rimasta quella di riso. Era il mio primo anno, per me tutto era nuovo, e, tra ciò che mi meravigliava, ciò che mi turbava o demoralizzava, le ragazze nuove da conoscere, non capivo perchè attorno a me le donne avessero sempre fretta. Sono arrivata che non c'era altro che polvere per riempire la fodera del mio materasso, la polvere della paglia di riso
Una volta di più avevo capito perchè si doveva correre, perché si doveva cercare di arrivare prime.
Le anziane sembravano falchetti, l'avevano imparato dall'esperienza.
Comunque non mi sono mai demoralizzata; avevo la sicurezza che nel lavoro sarei riuscita bene, me la dava l'esperienza nei campi fatta da bambina".

"L'unico mobile era la cassetta che le mondine si portavano da casa e che sistemavano ognuna ai piedi del proprio pagliericcio. Questa cassetta fungeva da armadio, da comò e anche da dispensa, perché dentro ad essa, oltre all'unico vestito discreto che indossavano quando andavano in paese, c'era la biancheria intima e il companatico che, chi ne aveva la possibilità, si portava da casa, perché il padrone, per quaranta giorni, mezzogiorno e sera, dava solo riso e fagioli.
Nel paese dove c'era la cascina, le mondine non erano ben viste dagli abitanti locali. Le consideravano "donne poco raccomandabili", quindi da trattare con molta distanza. Nelle cascine c'erano dei proprietari terrieri, quindi persone ricche, che avevano le possibilità economiche, perciò le ragazze del paese avevano paura che le mondine potessero "trovare marito" portandolo via a loro.
La fame e la miseria "fanno dei brutti scherzi"!

Anna Clarice Faietti di Novellara



Testimonianza n°5

"Grand' Hotel" era la lettura dei sogni che mostrava modelli di donna ricca, bella, ben vestita.
Qui eravamo in risaia ma nulla c'impediva di sognare e di metterci in posa proprio come nei fotoromanzi che circolavano allora di mano in mano fino ad avere la carta consunta.
Ed ecco il nostro grande sorriso, anche se "riso amaro".

Poi per 40 giorni sotto un sole cocente, la schiena spezzata dallo stare chinate, lo strisciare viscido e schifoso delle bisce tra le caviglie.
A sera, arrivate sull'argine, la scoperta delle sanguisughe attaccate alle gambe.
Ad una vecchia mondina che ci raccontava il suo schifo e la sua paura chiedemmo : "ma tu che cosa facevi?"
Risposta : "alzavo gli occhi e guardavo il Monte Rosa"
Grand'Hotel,abbiamo detto era la lettura:Non rievocava neanche lontanamente il camerone con tutti i panni appesi, i giacigli di paglia di riso, la promiscuità nel dormire insieme in 40 o 50 donne. La sera, la testa affondata nel cuscino a piangere per la nostalgia del paese e della famiglia.

Non esistevano sedie o tavoli dove appoggiare la casseruola all'ora di pranzo e cena, ma, avuta la razione dalla cuciniera, le mondine si sedevano per terra, o su di uno scalino, o dovunque ci fosse un poco d'ombra, e con la casseruola in mano mangiavano quel riso il piu' delle volte scotto.
I servizi igienici erano una siepe o un cespuglio in mezzo ai campi, e per lavarci c'era l'acqua dei canali, che abbondano in Piemonte.
Nessuno osava protestare per quel trattamento disumano perche' era talmente tanto il bisogno di quei soldi, erano talmente tanti i debiti da pagare che la paura di perdere il posto di lavoro faceva accettare tutto.



Testrimonianza n°6

"Un ufficio pubblico del nostro paese, la Camera del Lavoro, raccoglieva i nominativi di chi voleva andare a lavorare nelle risaie e ci assegnava alla varia cascina.
Ricordo molto bene che per poter partire si litigava furiosamente, perché i posti disponibili erano pochi e le persone che avevano bisogno di lavorare erano tante.
Alla fine venivano vagliate le condizioni d'ogni richiedente e così si stabiliva la possibilità di poter lavorare.
Io ero in condizioni particolari perché ero orfana con sorelle più vecchie che erano andate a lavorare a Roma e mia madre faceva lavori saltuari, perciò riuscii ad andare per diversi anni.
Dal paese si partiva con una squadra fatta e con la relativa che ovviamente era più anziana di noi.
Io me ne ricordo almeno quattro nei miei 11 anni di lavoro".

Edda Corradini di San Martino in Rio (Reggio Emilia), per 11 anni mondina nelle cascine di Crova, Albano, Viancino, Villarboit.



Testimonianza n°7

"Avevo quindici anni la prima volta che sono partita per la monda.
Mi sono trovata in un treno che non era un treno, ma un insieme di vagoni, e ti mettevi a sedere sulla tua cassetta di legno che conteneva tutto quanto ti eri portata da casa: indumenti, oggetti personali, cibo (salame, formaggio), e che quando si apriva, una gran puzza, tutti gli odori immaginabili si erano formati e si liberavano mescolando il profumo del sapone alle esalazioni del salume scaldato al chiuso in una calda giornata di inizio estate.
E le cassette venivano impilate e ti dovevi anche sedere in alto; non è che fosse poi tanto comodo.
Il viaggio era movimentato, avevi sete e non c'era l'acqua, solo alle fermate trovavi l'acqua alla fontana, e dovevi scendere e correre: eravamo in tante, anche duecentocinquanta donne, il treno non aspettava che tutte ci dissetassimo; le meno svelte e inesperte rimanevano a bocca asciutta, ma tutte avevamo la stessa arsura.
Per me era la prima volta e dopo un'ora di viaggio già avevo sete e le più anziane dicevano: "Ragazze è presto, il bello deve ancora venire."
E, infatti, ... quando arrivavi alle stazioni tutte andavamo a prendere acqua con un bicchiere di bachelite, di quelli che si chiudevano, magari proprio mentre stavi bevendo.
Noi ragazze ridevamo, ma c' era anche chi soffriva; chi aveva già fatto questa esperienza sapeva che non poter bere voleva dire un viaggio più difficile, a stento rallegrato da alcuni canti.

Anna Clarice di Novellara



Il camerone

In cascina si dormiva tutte insieme in camerate, dove la pulizia era molto sommaria, sulle grandi travi che sovrastavano c'erano topi, insetti e animali vari che giravano a tutte le ore, i pidocchi erano di casa. Questi grandi cameroni erano illuminati da una piccola lampadina, che con la sua luce fioca serviva per rischiare il buio.
Il pagliericcio veniva riempito di paglia a volte anche umida. Il camerone era in realtà un fienile che d'inverno veniva riempito da fieno per il nutrimento delle mucche.
Dalle fessure del tetto, pieno di ragnatele, nelle notti serene si intravedeva il chiarore della luna e di giorno i raggi del sole rendevano irrespirabile l'aria.Quando pioveva non era raro che sul letto di qualche mondina ci piovesse, e nel silenzio della notte si sentivano i topi rosicchiare.



Il ritorno

Dopo quaranta giorni di quella vita, arrivava anche per la mondina il giorno più bello, quello della paga e del ritorno a casa. In fila davanti all'ufficio del padrone venivano pagate in contanti lire Mille al giorno (questa paga delle mondine si riferisce agli anni 1948,49,50) e un chilo di riso per ogni giornata di lavoro.
Era un'usanza delle mondine nascondere quei soldi in seno, in un sacchetto di stoffa, assicurato alla maglietta con una spilla da balia.
Spesso, durante il viaggio di ritorno, mettevano una mano su quel gruzzolo per assicurarsi che fosse sempre lì.