Le chiese di Gattinara

Chiesa di S. Francesco
Situata in Corso Vercelli, angolo Via Massimo D’Azeglio.
Si eleva sulle rovine della chiesetta di San Giulio, eretta nel 1448 per voto di scampato pericolo da un’invasione di lupi, che allora infestavano le baragge e i campi intorno al borgo. San Giulio fu demolita nel 1619, per far posto al costruendo convento dei Francescani, che a Gattinara erano presenti in veste di assistenti spirituali delle monache clarisse, fin dal XVI secolo.
Si deve tuttavia attendere il 1598, quando il signor Pietro Faciotto, che aveva parenti ed interessi a Roma, tra i quali una drogheria in piazza della Scroffona, destina cinquecento scudi ai frati, perché dessero principio ad un convento; risulta però decisivo l’ atto di donazione del nobile Ettore di Gattinara, che nel 1618, facendo testamento, dona ai francescani un vasto appezzamento di terreno. Il 28 luglio 1619 viene finalmente posta la prima pietra del convento.
Si apprende da una relazione che esso è composto dalla chiesa e da 18 vani (comprendenti 12 celle, refettorio, scaldatoio, parlatorio), in grado di ospitare 12 frati. Nel 1666 si registra un cospicuo lascito testamentario, espressamente destinato alla fabbrica di S. Francesco.
Di vari interventi di miglioria e manutenzione, la data sopra la porta, 1717, segna la consacrazione dell’ edificio, probabilmente dopo un radicale restauro che le conferisce l’ aspetto attuale.
Presso la chiesa nel XVIII secolo risultano essere presenti la Compagnia del Crocefisso (fondata nel 1725) e la Confraternità di S. Antonio (attestata nel 1761), che hanno molteplici funzioni, dal ridurre qualche discolo alla via della salute, alla partecipazione alle elaborate cerimonie della Settimana Santa o alla processione di S. Antonio, con tanto di torce accese o trombettari.
Nel 1802 il convento, come quello delle Clarisse, è soppresso in forza delle disposizione dei napoleoniche, i beni incamerati sono venduti al miglior offerente, è dispersa la biblioteca contenente più di 1300 volumi. Grazie ad una petizione sottoscritta dalla potente Confraternita di S. Antonio la chiesa, tuttavia, può tornare subito ad essere consacrata, sebbene privata del coro, ridotto a magazzino, mentre il Convento viene adibito prima a dogana e a gendarmeria, poi ad abitazione rustica.
All’inizio del XX secolo viene totalmente rifatta la decorazione pittorica interna della chiesa.
Il visitatore è accolto dalla spaziosa facciata, databile all’ inizio del secolo XVII : nella sua semplice ed equilibrata struttura testimonia un certo gusto barocco ancora molto legato a stilemi di tipo rinascimentale. Il portone d’ingresso (XVII secolo ), sormontato da un bassorilievo in pietra recante il simbolo dei Francescani, è opera pregevole di intaglio ligneo.
Coevo è il massiccio campanile in laterizio.
L’ interno dell’ edificio è dominato dal fastoso altare maggiore in noce, ricco di elementi decorativi e fregi scolpiti. Questa scenografica, realizzazione pensata in epoca barocca quasi come un fondale per la infuocata predicazione francescana, può essere datata alla fine del XVII secolo, mentre probabilmente settecentesco è il quadro raffigurante la pietà con i Santi Diego e Giulio.
Le pareti laterali, conformemente ad un modello di sapore francescano, ospitano, verosimilmente con le forme attuali fin dal XVII-XVIII secolo, tre cappelle per parte dotate di austeri altari con cornici e fastigi in legno scolpito. Tra queste alcune sono particolarmente interessanti: la prima, entrando a destra, è caratterizzata da una notevole pala rappresentante il Crocifisso con la Vergine, S. Giovanni e S. Clemente Papa, definito “antico” già a metà ‘700: qui aveva sede l’omonima Compagnia.
Ornata riccamente di stucchi è la terza cappella, dal XVIII sec sede della Confraternita di S. Antonio, la cui fastosa decorazione rispecchia il prestigio del potente sodalizio. La pala raffigura la Vergine e S. Giuseppe, poiché la Confraternita era posta sotto la speciale protezione del S. Bambino. Spostandosi a sinistra, è di qualche interesse la prima cappella che si trova entrando, dedicata alla Immacolata Concezione. Accanto alla Vergine sono effigiati i santi Sebastiano e Lorenzo, retaggi di forti devozioni ancora molto radicate a Gattinara nonostante la decadenza degli originari luoghi di culto.
Della fabbrica originaria del Convento rimane invece, seppure tramezzato e deturpato, il chiostro quadrilatero, con archi sostenuti da pilastri in pietra: sopravvivono alcune lunette mediocremente dipinte recanti episodi della vita di San Francesco e della storia dei Francescani.

Chiesa di S. Pietro

Storia
La chiesa di SAN PIETRO sorse in epoca Altomedievale presso l’incrocio delle vie biellesi per il Novarese e di quella vercellese per le valli del Sesia e dell’Ossola: il rinvenimento di alcune sepolture d’epoca romana, operato nell’Ottocento durante la demolizione della parrocchiale quattrocentesca, testimonia una remota occupazione del sito.
In un documento del 1147 è citata come pieve alla quale fanno capo tutti gli insediamenti dei dintorni, tra i quali soprattutto il villaggio di Gatinaria, e proprio con il titolo di plebs gatinariae è ricordata in una bolla papale del 1186.
Il suo distretto nel 1298 verrà a comprendere, oltre naturalmente alle chiese e ai benefici presenti sul territorio di Gattinara, le parrocchie di Roasio S.Maria, Roasio S.Maurizio, di Roasio S.Eusebio, Lozzolo.

Verso il 1470 inizia la ricostruzione ex novo dell’edificio, probabilmente terminata verso il 1515-1525, edificato in stile gotico lombardo con abside poligonale e largo uso di formelle in cotto istoriate.
Nel 1529 il cardinale Mercurio Arborio di Gattinara, gran cancelliere dell’Imperatore Carlo V, stabilisce, nel suo testamento, che alla sua morte intorno alla chiesa di S.Pietro sorga un monastero capace di ospitare 9 Canonici Regolari Lateranensi scelti tra i membri della famiglia di Arborio. Nel 1529 il porporato muore e, conformemente alle sue disposizioni, viene sepolto in S.Pietro sotto la predella dell’altar maggiore, mentre poco dopo inizia la costruzione del monastero, terminata probabilmente nel 1542.

Nel 1798-99 sono soppresse tutte le case dei Lateranensi presenti negli stati sardi e il convento diviene casa parrocchiale, essendosi sciolta la Collegiata ivi esistente; nel 1797 i giacobini gattinaresi distruggono la sepoltura del Cardinale Mercurio, le cui spoglie verranno ritrovate solo durante i lavori ottocenteschi.
Intanto la chiesa risulta insufficiente per l’accresciuta popolazione del borgo, perciò fin dal 1820 il prevosto Carlo Caligaris fa approntare un progetto per la ricostruzione dell’edificio all’architetto gattinarese Pietro Delmastro, che nello stesso anno si occupa di ricostruire, in stile neoclassico, il campanile quattrocentesco, colpito da un fulmine.
Nel 1832 si inizia a demolire il coro, dal quale, secondo il progetto di Delmastro, deve cominciare la ricostruzione della chiesa; l’anno successivo si riportano alla luce le spoglie di Mercurio, credute perse dopo la distruzione del 1797. Con il 1834 la ricostruzione del coro è pressoché ultimata e si mette mano a riedificare lo scurolo di San Benedetto. I lavori proseguono a fasi alterne per poco più di un trentennio, con lunghe e frequenti interruzioni a causa della mancanza di fondi, fino al 1868, anno in cui muore l’architetto Delmastro.
Il completamento della fabbrica viene dunque affidato all’architetto vercellese Edoardo Arborio Mella, notissimo all’epoca per i suoi restauri “in stile” a molti edifici medievali piemontesi. L'Arborio Mella però fornisce un progetto di gusto neoromanico che prevede praticamente la distruzione di tutto quanto fin ora costruito, compresi i lavori da poco terminati alle cappelle laterali, cosicché i lavori si fermano nuovamente.

Nel 1879 un sostanzioso lascito testamentario permette di riaprire il cantiere, perciò, non ritenendo attuabile il progetto dell'Arborio Mella, si richiede un nuovo disegno all’architetto Giuseppe Locarni, noto a Vercelli per il progetto della Sinagoga, nonché di molte altre costruzioni religiose e civili. Ecco che nel 1882 la costruzione può riprendere, con l’innalzamento delle colossali colonne e del tamburo e della navata principale; questa viene coperta con una vasta cupola in ferro e laterizio, capolavoro di architettura ottocentesca in metallo e muratura.

Nel 1884 la cupola è pressoché terminata, e nel 1888, dopo alcuni anni di ripuliture e restauri, viene consacrata la chiesa: dell’antica costruzione medievale rimangono parte del campanile e la facciata, che viene restaurata nel 1927. Al 1958-59 si data una radicale ridecorazione della chiesa e, soprattutto, della cupola, che conferisce all’interno dell’ edificio l’aspetto attuale.

Visita
Ultimo vestigio della chiesa quattrocentesca, la facciata ricalca modelli gotico-lombardi molto frequenti nell’area vercellese e trova corrispettivi nelle facciate pressoché coeve S. Nazzaro, Robbio, Castelnovetto.
Notevoli le formelle rappresentanti i santi titolari degli oratori presenti nei villaggi dalla cui fusione ebbe origine il Borgo. Sopra la porta principale un affresco tardogotico raffigura il monogramma bernardiniano di Cristo circondato da angeli con turiboli.

Tema principale della decorazione laterizia è la raffigurazione di un putto accanto ad un tralcio carico d’uva, che si snoda ondeggiante di mattonella in mattonella, avviluppando tutte le fasce ornamentali, alternato e delimitato da cornici spiraliformi o archetti polilobati di gusto genuinamente gotico. Qualcosa della struttura medievale rimane anche nel campanile, che però presenta un aspetto sostanzialmente neoclassico risalente al rifacimento del 1820.

L’interno della chiesa, cui si accede tramite i tre portoni barocchi in legno intagliato, è dominato della ripetizione, a livello di navata, presbiterio, coro e sacrestia, di un modello di pianta circolare come dall’originario progetto di Delmastro: fasci di colonne segnano le intersezioni tra i vari spazi, cadenzando solennemente il passaggio tra i diversi piani d’osservazione, fino a concentrare lo sguardo nella zona presbiteriale denominata dalla statua di San Pietro.
Grandi arconi sorretti da colonne ritmano le pareti dell’aula e incorniciano le cappelle, generando uno spazio centrale a pianta ottagonale, coperto dall’alta cupola, la cui decorazione a fresco, raffigurante i santi maggiormente venerati a Gattinara è opera del pittore ticinese Mario Gilardi.

La prima cappella a destra di chi entra conserva una pregevole cancellata, probabilmente settecentesca, in ferro battuto, che racchiude l’altare dedicato a San Giuseppe. Proseguendo verso il presbiterio si incontra la cappella del Sacro Cuore, risistemata nella prima metà del '900 ma dotata di un equilibrato altare marmoreo antico. Settecentesco è il prezioso altare in marmi policromi dedicato alla vergine del Carmine, posto nella terza cappella e dotato di una pregevole statua lignea della titolare: nel 1738 risultava presente una confraternita eretta sotto questo titolo.
Il lato sinistro della navata centrale è invece occupato, oltre che dalla capella dedicata all’Immacolata Concezione dagli ingressi allo scurolo di San Benedetto e all’Oratorio della Confraternita del SS.mo Sacramento attuale cappella invernale.

Fino all’inizio dell’Ottocento le spoglie di San Benedetto, provenienti dalla catacomba romana di S. Callisto e giunti a Gattinara alla fine del XVII secolo, erano ospitate in una cappella attigua all’Oratorio della Confraternita del SS.mo Sacramento, la quale aveva l’incarico di mantenerne la custodia: a quell’ epoca risale l’urna lignea contenente le ossa, scolpita nel 1699 dal serravallese Francesco Vimnera. La struttura attuale dello Scurolo, articolata su 2 livelli, risale al 1834, ed è opera in stile Neoclassico dall’architetto Pietro Delmastro: al livello superiore una cupola a cassettoni dipinti copre il sacello a croce greca, ornato da colonne, capitelli, cornicioni e trofei, che dall’alto si affaccia sulla navata della chiesa parrocchiale. Al livello inferiore si apre invece una cripta oggi adibita a sacrario per i caduti in guerra, comunicante con lo scurolo mediante 2 rampe di scale.
In corrispondenza dell’attuale altare del Santissimo si apre invece l’accesso per l’Oratorio della Confraternita del SS.mo Sacramento, la cui forma risale al XVII secolo: la parca decorazione a stucco e gli scranni lignei barocchi evidenziano la destinazione d’uso di questo ambiente, per secoli sede dell’importante sodalizio eretto presso la chiesa di San Pietro. Accanto all’altare si può ammirare la statua lignea originale della Vergine di Rado, oggi sostituita nel santuario omonimo da una copia.
La zona presbiteriale della parrocchiale, coperta da una volta con interessanti stucchi neoclassici, ospita l’altare maggiore, innalzato in anni recenti smebrando l’altare progettato da Delmastro nel 1851, e l’organo, opera del 1885 dei fratelli Scolari, di Bolzano Novarese. Di qui si accede, oltrepassando la lapide sepolcrale originaria del Mercurino Arborio Gattinara, incassata nel pavimento e recentemente restaurata, al coro.
La statua marmorea di San Pietro, scolpita nel 1885 da Antonio Franzi, su progetto dello scultore vercellese Ercole Villa, domina gli scranni lignei seicenteschi, riccamente scolpiti, provenienti dalla antica chiesa.
La sacrestia, edificata su progetto dell’architetto Delmastro, custodisce arredi lignei di qualche pregio: l’altare che occupa la parete in fondo era un tempo collocato sotto il titolo di San Giovanni nella Parrocchiale antica, mentre il quadro, donato dalla famiglia Arborio Gattinara e raffigurante la Vergine con i santi Eusebio, Gottardo, Warmondo, Arborio e Antonio, risale alla seconda metà del XVIII secolo.

Chiesa di S. Maria del Rosario
Si trova in Corso Garibaldi, angolo Via Francesco Mattai.
Sul posto esisteva, ancora prima della fondazione del Borgo del 1242, un’antica cella monastica dedicata a San Benedetto. In seguito venne costruita l’attuale Chiesa di forme barocche che prese il nome di “Madonna del Rosario “.
L’attuale chiesa del Rosario sorge ove anticamente si trovava l’oratorio di Santa Maria della Cella, molto probabilmente dipendente dall’Abbazia di S. Silano di Romagnano Sesia, già citata negli estimi vescovili del 1440: al suo interno si trovava, in originaria collocazione, il trittico rinascimentale ancora oggi esistente.
Alla seconda metà del ‘500 si colloca probabilmente la fondazione della Confraternita del Rosario con sede nella chiesa di S. Maria, che, a partire dal primo decennio del XVII sec., viene praticamente riedificata. Il fervore dei confratelli intorno alla devozione del Rosario si concretizza anche in una serie di conversioni di ebrei e calvinisti genovesi, scrupolosamente annotati nei libri mastri della Confraternita. Tra il XVII e il XVIII secolo una serie di interventi determina l’aspetto sostanzialmente barocco della chiesa quale si vede ora, soprattutto con la risistemazione del coro e della zona presbiteriale, e l’edificazione della navata laterale.
Ultimi lavori di una certa importanza sono il restauro complessivo dell’edificio nel 1816 e la ridecorazione pittorica dell’interno nel 1877.

La chiesa del Rosario si annuncia con una bella facciata barocca, opera di mastri da muro biellesi; i modelli sono tipici delle strutture valsesserine e valsesiane, con la partizione dell’edificio tramite cornicioni, e la presenza di due notevoli statue rappresentanti la Vergine e l’Arcangelo Gabriele; il portone dell’ingresso è sobrio e in legno a riquadri.
L’interno presenta decorazioni barocche, in gran parte riportate allo splendore originario da recenti restauri. Imponente è la macchina d’altare che racchiude la statua della Vergine, circondata da una serie di quadretti tondi, schizzati con vivace gusto miniaturistico, che raffigurano i misteri del Rosario. Collocato sopra la nicchia c’è il famoso trittico di Gerolamo Giovenone, raffigurante la Vergine col Bambino, la Maddalena e S. Giovanni; si tratta di uno splendido esempio della Scuola Pittorica Rinascimentale Vercellese. Ai lati del trittico troviamo due colonne tortili e, sopra, dei timpani e dei fastigi.
La navatella laterale è ornata da alcune cappelle tra le quali spicca quella di Sant’Anna, ornata da quadri settecenteschi. La parete destra presenta alcuni lunettoni raffiguranti scene della vita di Cristo: due fra questi, la Circoncisione e la Presentazione al Tempio sono opera del 1740 attribuibili con certezza al pittore valsesiano Lorenzo Peracino: essi fanno parte del ricco patrimonio di quadri, suppellettili e paramenti acquisito dalla Confraternita nel corso di tre secoli di vita.
L’esuberante decorazione pittorica della navata centrale risale al 1875-1877 ed è opera dei fratelli Mazzetti di Ailoche, i quali realizzarono anche gli scranni lignei posti nell’ampio coro dietro l’altare maggiore.

Chiesa di S. Maria di Rado
Situata all’entrata sud del centro abitato, a sinistra, prima del lungo rettilineo che porta in città.
Rado, prima del 1242, anno della fondazione del Borgo, era la località più importante della zona e la chiesa è citata in un diploma di Ottone III del 999. Parte dell’attuale Chiesa e del campanile risalgono al secolo XII.
Danneggiata durante le guerre del 1500, venne restaurata nel secolo successivo demolendo le absidi romaniche per ricostruire un più ampio presbiterio e rialzando le navatelle laterali, per formare camere di abitazione per otto religiosi. Acquistò grande notorietà quale santuario Mariano, che la gente raggiungeva da ogni parte per onorare la Madonna Nera, la cui statua lignea risalente al secolo XV è ancora esistente. Tradizionalmente, nella domenica di Pentecoste ed il lunedi successivo si svolge la Festa del Santuario che coinvolge tutti i gattinaresi.
L’attuale Santuario raccoglie l’eredità della antica pieve di Rado, posta sulla strada per Vercelli in prossimità di alcuni guadi sul Sesia, e già citata in un documento del X secolo; era questa la Chiesa Battesimale cui faceva capo il distretto intorno a Gattinara, prima che questo ruolo fosse precipuamente ricoperto dalla pieve di San Pietro, l’attuale Parrocchiale.
All’XI secolo risale una ricostruzione pressochè totale della Chiesa, che acquisì una struttura a tre navate absidate, con campaniletto a vela in prossimità della facciata. In epoca di successiva venne edificato il campanile, l’attuale, a pianta quadrata. Contestualmente alla scomparsa dell’insediamento di Rado, determinata anche dalla fondazione del borgofranco di Gattinara nel 1242, iniziò il declino della pieve di Santa Maria, che venne a trovarsi lontana dal centro principale e quasi isolata nella campagna. La chiesa restò tuttavia officiata, come testimonia un documento del 1440, e proprio nel XV secolo fu scolpita la statua lignea della Vergine, che nel tempo andò acquisendo fama di miracolosità.
Rado iniziò così a diventare un centro santuariale notevolmente frequentato, tanto che nel XVII secolo si procedette a ristrutturare la Chiesa, che, a causa soprattutto delle guerre frequenti in quegli anni, era stata abbandonata e pressoché distrutta.
L’importanza del Santuario crebbe, come abbiamo detto, fino a divenire un polo di devozione al quale convenivano pellegrini da tutto il Piemonte, così che andarono addossandosi alla Chiesa fabbricati di servizio destinati all’accoglienza dei devoti e ad ospitare i religiosi che si occupavano della struttura. Durante tutto il XVIII secolo ulteriori lavori di ristrutturazione determinarono l’aspetto attuale dell’edificio, soprattutto all’interno, che venne riconsacrato dal vescovo di Vercelli mons. Costa d’Arignano.
Negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, durante il quale i fabbricati vennero occupati dalla congregazione dei missionari d’Africa, i cosiddetti Padri Bianchi, iniziò il declino del Santuario, con conseguente abbandono, cui solo recentemente si è posto riparo con una serie di radicali restauri che l’ hanno riportato in buone condizioni.

Visita

Il Santuario sorge all’interno di un recinto in muratura contenente, oltre alla Chiesa, un giardino e un grande edificio di servizio risalente al XVII-XVIII secolo.
Della Chiesa medievale rimane il pregevole campanile, in ciottoli e frammenti di laterizi: la struttura, ornata di cornici marcapiano di architetti pensili, è un esempio discretamente conservato di romanico delle nostre terre, che trova altri confronti in zona (ad esempio le parrocchiali di Roasio Santa Maria e Roasio San Maurizio). Seicentesco è il porticato in facciata, sorretto da colonne di granito, che protegge i tre portali di ingresso, copie fedeli degli originali barocchi trafugati in anni recenti.
L’interno, seppure sotto un’ornamentazione convenziale, con cornicioni e floridi capitelli in stucco, rivela le linee originarie della costruzione romanica, ad eccezione della parte presbiteriale, che presenta un coro quadrilatero al posto dell’abside a pianta semicircolare demolita in epoca barocca. Al XVIII secolo risalgono l’elegante altare maggiore (1761), con la nicchia destinata ad accogliere la statua lignea della Vergine, e gli altari laterali (1791), opere, sia l’uno che gli altri, di marmorini lombardi.
Più antica è invece la trave scolpita posta sopra l’ingresso del presbiterio, forse cinquecentesca, che richiama soluzioni simili e molto frequenti soprattutto in area valsesiana. Dietro all’altare maggiore trova spazio il coro quadrilatero, i cui scranni, con sobri intagli barocchi, sono datati alla prima metà del XVIII secolo.

Chiesa di S. Maria
In Corso Cavour, angolo Via San Martino.
Costruita dopo il 1450 in vicinanza della Porta Molinara.
Le origini della chiesa di S. Marta sono molto remote: probabilmente già nel XV secolo esisteva qui una confraternita di “disciplini” dedicata a S. Marta, dotata di un suo oratorio. Di certo si sa che verso il 1460 i confratelli chiamarono un ignoto pittore (definito dagli studiosi maestro della Passione) a decorare la loro chiesa, che sorgeva sul terreno dell’attuale, vale a dire presso l’antica porta Molinara. Resti di quella decorazione ad affresco, raffigurante cortei di notabili e popolani, si scorgono ancora su ciò che rimane della costruzione medievale (pochi brandelli di mura in corrispondenza dell’attuale presbiterio), dopo il rifacimento dell’edificio in epoca barocca.
Nel 1603 iniziarono i lavori di rifacimento della chiesa, grazie alla buona disponibilità di fondi sulla quale poteva fare affidamento la Confraternita, che, oltre a gestire numerose attività caritative (scuola per i fanciulli, doti per spose indigenti, contributi alle puerpere, etc.), possedeva anche un patrimonio derivante da lasciti, donazioni e acquisti effettuati nel tempo. I lavori proseguirono, verosimilmente, per molti anni ed a fasi alterne, come denotano le caratteristiche ormai settecentesche della struttura interna attuale.
Nella prima metà del XVII secolo anche S. Marta, come del resto tutto il Borgo, subì le pesanti conseguenze delle guerre in atto e dell’occupazione spagnola, che determinarono devastazioni e saccheggi dei quali traspare notizia anche nei registri della Confraternita.
Nella prima metà del XI secolo venne edificata la facciata, mentre sostanzialmente inalterato rimase l’assetto del resto dell’edificio.
La facciata della chiesa, neoclassica (1844), si colloca nel numero delle realizzazioni dell’architetto gattinarese Pietro Delmastro, che operò soprattutto presso la chiesa parrocchiale.
L’interno conserva quasi intatto l’originario aspetto settecentesco, caratterizzato da una spazialità ariosa ed articolata, scandita da lesene e cornicioni. Due cappelle si aprono sul vano centrale: quella a destra ospita un altare con una pala di recente fattura, mentre in quella di sinistra, in una nicchia, è custodito un crocifisso ligneo tradizionalmente molto venerato. Molti ex voto, risalenti a varie epoche, testimoniano questa devozione, alimentatasi nel tempo anche grazie all’azione della Confraternita.
Lo splendido altare maggiore e la balaustra in marmi policromi risalgono al XVIII secolo: tra gli elementi decorativi si può notare la croce a braccia eguali, simbolo che figurava un tempo anche sulle cappe indossate dai confratelli durante le funzioni sacre.
Dietro all’altare si apre il vasto coro, dotato di scranni lignei che risentono di un gusto pienamente settecentesco, con decori di una sobria eleganza che richiamano motivi rococò.
Racchiusa in una pregevole cornice in marmi a stucco è la pala raffigurante S. Marta (XVIII sec.), nella quale la figura della titolare è circondata da piccole scene in secondo piano che ne narrano, con gusto bozzettistico, i miracoli.
La decorazione pittorica dell’interno è rimasta sostanzialmente quella originaria (XVIII secolo), caratterizzata da motivi uniformi e tinte tenui: notevoli gli affreschi nei pennacchi e nel catino della cupola centrale.