La trebbiatura

Difficilmente la trebbiatura cominciava prima di S. Pietro in quanto, dopo il taglio, si lasciava ben seccare il frumento in covoni che poi andavano raccolti tutti nello stesso posto, generalmente in cascina sotto apposite tettoie, sui fienili od in mucchi (pajè, termine indifferenziato per il cumulo dei covoni e della paglia dopo la trebbiatura), a fianco delle aie e nei  cortili delle cascine. Le macchine venivano accostate ai pagliai dai quali, con forconi, erano porti i singoli covoni (cuin) che una catena di persone si passava fin dai più lontani. Era conveniente abbassare l'altezza di quelli vicini prima, fino all'altezza della macchina, successivamente abbassare quella delle zone più esterne , e lasciare per ultimo la parte accostata alla macchina. Nel casi dei fienili si liberava quello di fronte alla macchina al quale si facevano poi affluire i covoni dalle zone più lontane. Il treno delle macchine consisteva di una motrice che forniva la forza per il movimento di tutto il complesso, la trebbiatrice e la pressapaglia; eventualmente si impiegava il trasportatore delle balle (o della paglia sciolta).

 

La motrice
Negli ultimi tempi era generalizzato l’uso di trattori con motore diesel, ma prima venivano impiegate le macchine a vapore (machina ‘a feu),  i motori elettrici e i motori a testa calda.
In effetti in alcune cascine, il movimento era di origine idraulica, o direttamente da una grossa ruota mossa dalla caduta dell’acqua o per trasformazione in corrente elettrica con turbina Peltier, ma si trattava di impianti fissi.
Alcune di queste meritano una descrizione.
La macchina a vapore era un grosso tubo con dentro un fascio di tubi più piccoli immersi nell’acqua e percorsi dalle fiamme di un forno, alimentato a carbone od a legna. Il vapore così generato, raggiunta una certa pressione, metteva in movimento un pistone e quindi, attraverso una biella, una grossa ruota. Ovviamente la macchina era ben più complicata da valvole, pompe serbatoi ed altro che non ricordo Un cinghione, allora era in cuoio, trasmetteva questa rotazione alla puleggia principale della trebbiatrice. Ricordo il lungo lavoro di preparazione che bisognava fare quasi ogni giorno: pulizia del forno e del fascio tubiero, nonché del filtro dell’acqua e di tutte le parti da asciugare e da oliare.
I bambini dovevano tenere a livello l'acqua contenuta in grosso mastello, serbatoio di rifornimento continuo della vaporiera, con secchi che andavamo a riempire nei trogoli (treu) delle pompe delle cascine o nelle rogge che sovente attraversavano le aie. Operazioni che erano occasioni di bagni ristoratori  e di divertenti imprevisti, come la bollitura di pesciolini o rane casualmente finiti nei secchi o di code lucertole che avevano evitato la cattura. Ricordo anche il fischio che il vapore faceva al tiro di una cordicella e che segnalava l'avvio e la fine delle operazioni e di cui papà si serviva per avvertirci che sarebbe arrivato a casa nel giro di pochi minuti. 
Venne poi il tempo dei trattori a testa calda, cioè a combustione esterna, perché dotati di un solo pistone di tremilaseicento cc,  lenti ma robusti e soprattutto molto rumorosi; richiedevano una lunga preparazione per portare la "testa", cioè il crogiolo dove avveniva la combustione, alla giusta temperatura. Era necessario smontare la testa, asciugarla bene, riscaldarla con un apposito bruciatore a gas, talvolta si usava la fiamma ossidrica,  ed al momento giusto far girare un volano che innescava uno scoppio entro la testa e metteva in movimento la puleggia ad essa collegata. Poteva capitare che lo scoppio avvenisse in un momento sbagliato ed, allora, il volano ruotava in senso contrario; era necessario rifare le operazioni e ripetere il tentativo di avvio. Mi sembra anche di ricordare l'uso  di cariche esplosive (piccole) per l'avvio. Col tempo questi motori furono perfezionati e divennero molto pratici, con avvio a chiavetta e operazioni preparatorie ridotte,  senza perdere l'affidabilità, confermandosi le macchine migliori per la trebbiatura. Però fu la fine di macchine i cui nomi erano Bubba ed Orsi che non stettero ai tempi con i Landini, dei fuoriclasse al confronto.
Ma anche questi dovettero cedere di fronte al trattore classico a cicli Otto e Diesel. Il primo comparve sotto forma del Fordson, motore di 22 CV, nato a benzina e convertito a petrolio; era necessario avviarlo a benzina e quando si sentiva che girava bene ed era bello caldo, si a spostava il rubinetto sulla posizione petrolio ed era una bella economia. Pure a benzina era il gigantesco MMM, 42 o forse 45 CV, a benzina, un mostro di bellezza colle sue ruote anteriori abbinate e convergenti a terra e le altissime ruote posteriori, nato per gli sconfinati campi di mais delle praterie USA, giunto al seguito delle truppe americane.
Mostro di bellezza, volli vederlo dentro e lo smontai partendo dalla coppa dell’olio, ma anche mostro di consumi, accettati in guerra ma non a accettabili fra i campi in disarmo del dopoguerra. Elegante in confronto al Fordson dalle ruote di cemento (quando le distrussi trovai dentro un tesoro di pistole napoleoniche subito sparite nelle sacche di qualcuno più furbo di me che gliele avevo mostrate) ma dalla breve vita di una stagione presso di noi.
Effimera apparizione fecero pure altri residuati bellici, come un gippone GMC o quattro Riva Calzoni che si intendeva usare anche per l’aratura ed il traino in risaia viste le singolari ruote con struttura in tondino, rivestimento di gomma piena e ramponi ribaltabili.
Bellissime macchine, buone a trainare cannoni non a tirare aratri e far girare trebbie.
Ormai si era negli anni ’50 e dopo la comparsa di trattori con la solita combinazione benzina-petrolio, buoni per la verità come un Renault da 35 CV, a  risultare vincitore fu il diesel. Dapprima un Fiat da 15 CV, buono solo per la trebbia e per la pressa-raccoglitrice per fieno e paglia ma piccolo per le combinate trebbia-pressapaglia, poi gli OM 35 (35 CV) e tutta una serie di analoghi di diverse marche e di seconda mano, che venivano venduti a fine stagione (OM 45, OM 512, OM 513 dopo i Nuffield, David Brown, Landini, Ferguson,…)
I trattori servivano per il trasporto e per la movimentazione delle macchine.
Bisognava allinearli con le macchine; alcuni trattori avevano il gruppo puleggia laterale, altri posteriore e giravano alcuni in un senso, altri nell’altro.
Una lunga cinghia, ormai in gomma con tela a più strati, trasmetteva la rotazione alla puleggia principale della trebbia; questa doveva girare in un senso ben preciso, quello che faceva” ingoiare” il covone, per cui era talvolta necessario incrociare il cinghione.  Era anche l’occasione per dimostrare la “bontà” dei trattori che papà commerciava a possibili clienti che volessero trattori di seconda o terza mano.
E veniamo a descrivere la trebbia.

 
La trebbiatrice
La trebbiatrice è la macchina usata per separare il grano, o qualsiasi altro seme di cereali (orzo, avena, segala, riso) o di legumi (fagioli) o di altra natura (trifoglio) dalla paglia.trebbiatrice
La trebbiatrice per il grano consisteva di una struttura  (al tlè, telaio) di robusti piantoni (legni a sezione quadrata di circa 10 cm) sul cui interno erano fissate le pareti di assi di 15-20 mm a formare una cassa aperta solo verso il davanti, con una bocca dalla quale veniva espulsa la paglia battuta. Dentro a questa cassa stavano i componenti per la battitura, il battitore (al batur), e per la separazione, la pulizia e la cernita  del grano, setacci o crivelli (al cribi o crivej), ruote a pale per fare il vento (al ventulin), buratti (al bürat).
All’esterno si presentava una gran congerie di pulegge e cinghie che si incrociavano in tutte le direzioni, muovendosi a velocità diverse, e di stecche di legno duro sagomato opportunamente per imporre il moto alternato agli organi setaccianti.
Il telaio era collegato alle ruote, robuste strutture in solo ferro, niente gomma, chiodate e da oliare con frequenza, in maniera rigida quelle posteriori, ruotanti attorno ad un perno quelle anteriori, più piccole, a formare un avantreno sui partecipava anche una robusta struttura tubolare, per il traino e la guida.
Sul tetto della macchina era ricavata una piattaforma che poteva portare alcune persone, addette alla alimentazione della macchina: Vi si accedeva o dal cumulo di covoni o dalla scala in dotazione. Questa piattaforma era ottenuta alzando due ali laterali, lasciate pendere durante i trasporti, e circondando l’area così ottenuta con  sponde alte un mezzo metro per garantire la sicurezza del personale.
I covoni venivano gettati dal cumulo o dal fienile su questa terrazza, una persona li distribuiva a due donne (in genere erano donne che stavano inginocchiate di fianco) che tagliavano il laccio di natura vegetale (erbe resistenti ed abrasive, avvolte a treccia) e spostavano il covone in posizione più comoda per l’operaio che lo infilava nel battitore spingendolo o trattenendolo a seconda della situazione. Un buon imboccatore doveva ottenere un’alimentazione costante; un cattivo imboccatore  lo sentivi già da lontano per la irregolarità del rumore della macchina e del motore, che procedeva a singhiozzo. Per questo l’operazione andava fatta stando in piedi dentro una fossa ricavata nella parte posteriore  per renderla meno scomoda.
Il battitore (bateur o batur, a seconda delle zone) girava entro la griglia (grija) o controbattitore  (cuntrabatur). Il battitore era un cilindro rotante con tante spranghe di foggia apposita: un piano inclinato, utile a ricevere il covone ed a comprimerlo contro una spranga antagonista, fissa, ed un tratto con profonde zigrinature trasversali che agivano sulla spiga aprendola senza schiacciare i chicchi.
Le spranghe del battitore erano circa una decina,  montate su due o tre ruote a raggi in ghisa. Il peso era importante per dare inerzia al movimento; quelle fisse erano sei o sette unite da due piastre laterali a forma di mezzaluna e attraversate ogni centimetro da robusto filo di ferro per formare la griglia di cui portava il nome.
La griglia avvolgeva il battitore solo per circa un terzo della circonferenza, perché doveva scaricare sul davanti la paglia battuta, ed  avendo la parte superiore libera per potervi presentare il covone.
La gran parte del grano cadeva cosi verso il basso su un crivello (cribi) oscillante avanti ed indietro; Quello che rimaneva imprigionato fra la paglia veniva liberato da un altro organo apposito: scuotipaglia. Gli scuotipaglia, in numero di quattro o cinque si alzavano ed abbassavano ruotando, facendo saltellare la paglia, la rivoltavano e la facevano avanzare verso la “testa “ della macchina da cui infine veniva espulsa. Questi erano strutture molto lunghe, tre o quattro metri, formate da due assi uniti in un corpo unico, e con una rete sulla superficie superiore. Il movimento era indotto da un collo d’oca, altra meraviglia per il bambino che aveva accesso alla macchina e che si divertiva a provocare il movimento dai cacciapaglia, altra definizione per lo stesso organo, pestandovi sopra e non facendosi portare, come  su una grande macchina per cucire con quattro o cinque grandi pedali.
Il grano era raccolto al di sotto, sui crivelli e,  investito dal vento, depurato dei bruscoli di paglia e di pula (büla). Una serie di crivelli, fatti di lamiera traforata o di rete metallica, provvedeva ad
una pulizia più spinta ed infine il grano era immesso nel buratto tramite un elevatore, costituito da una cinghia larga con tazze. Il buratto era un tamburo con la superficie cilindrica o in rete metallica o formato da un avvolgimento di filo di ferro, e percorso all’interno da un elica che doveva rivoltare il grano.
Finalmente il grano era immesso in un piccolo serbatoio a fondo inclinato che serviva due o tre bocche di scarico, a cui erano appesi i sacchi dove raccogliere il grano trebbiato.
Una lamierina con maniglia permetteva di aprire alternativamente l’una o l’altra bocchetta, per permettere il cambio del sacco. Atre bocchette raccoglievano il grano di scarto (rotto o troppo piccolo e i semi di erbe non desiderate).
Col tempo ai sacchi fu sostituito un contenitore a capacità nota ed un contatore meccanico del numero di volte che esso veniva capovolto per svuotarlo permetteva la valutazione  della quantità del prodotto, per ovviare tutti i trucchi del cliente quali l’uso di sacchi più grandi ed altro.
Il movimento della macchina avveniva per mezzo di cinghie e pulegge, colli d’oca e bretelle di legno per trasformare la rotazione in moto alternativo. Tutti gli organi si muovevano con i ritmi e le velocità giuste ottenute coi diversi rapporti delle ruote.
Quando divenne impossibile formare  squadre complete si adottarono gli imboccatori automatici, grosse strutture analoghe ai portapaglia, montati sulla piattaforma superiore dotati di organi, dischi rotanti o coltelli, fissi e mobili per tagliare il legaccio dei covoni. Nel frattempo l’uso della mietilega era diventato generalizzato ed i covoni erano tutti uguali, legati con corda di sisal.
Si eliminava l’operaio che imboccava e quelli che gli porgevano i covoni, un capolavoro di meccanica ma pesante ed ingombrante, irrazionale.
L’avvento delle mietitrebbia impedì un uso prolungato di questa soluzione.
Le prime macchine che ricordo erano la Ruston, cioè inglese, di 75 cm, piccola e poi le Marshall.
In seguito una serie di macchine nazionali, Safim, Orsi, Ballerini fino a 1,50 cm di bocca, ed altre di cui non ricordo più il nome fecero parte della nostra scuderia; qualcuna veniva considerata di produzione propria perché completamente trasformata da papà secondo le sue idee.
Alcuni uomini avevano sia le capacità sia i mezzi  per lavori di falegnameria (mes da bosch) e di meccanica. Avevano a disposizione una vera e propria falegnameria, dotata di molte macchine: seghe a nastro, piallatrice e banconi con tutti gli attrezzi dal trapano alle pialle.
Vi era una officina adatta a tutti i lavori: forgia, maglio, tre torni, fresatrice, chiavettatrice, trapani, saldatrici elettriche ed ossidriche. Eravamo popolari, noi bambini, per gli utensili di scarto, lime scalpelli, punte da trapano consumate che gli amici ci richiedevano con insistenza.
Il lavoro che i grandi ci lasciavano fare era la verniciatura.
Le trebbie avevano tutte gli stessi colori: arancione le parti piatte, rosso le parti in rilievo.
Ma quello che era più intrigante erano gli arabeschi che ingentilivano il telaio, volute di tutti colori, tracciate con pennelli esilissimi da una persona che ci visitava periodicamente. Non servivano a nulla, forse era un debito di carità pagato a qualche amico, artista mancato.
La pressapaglia
La macchina per trebbiare vomitava dalla grossa “bocca” la paglia mondata del grano. Era un flusso che procedeva regolare spinto dai cacciapaglia e che generalmente finiva su un’altra macchina che la consegnava confezionata in balle di 70x50x40 cm circa (valori - funzione del tipo di macchina) e del peso fino oltre 50 kg. Le balle erano legate con filo di ferro e venivano accatastate sui fienili o in pagliai che raggiungevano altezze che ci sembravano vertiginose, 8 o 10 m, ed anche di più.
La macchina era piuttosto complessa: un elevatore a catene con traversine portava la paglia in alto in modo da presentarla ad una “testa” mossa con moto alternato rotante alto-basso, che la comprimeva attraverso un tubo a sezione quadrata (“bocca”) verticale  per immetterla dentro un condotto orizzontale. Questo aveva la parete orizzontale superiore mobile, regolata per mezzo di grosse viti ed  era  percorso, pure con movimento alternato ma orizzontale rettilineo, da un carrello molto pesante che la comprimeva verso l’uscita. 
Per ottenere la compressione necessaria a fare stare insieme la paglia si inseriva una forca, che attraversava tutta la sezione e, per i primi colpi, penetrava nel carrello attraverso due apposite scanalature e poi accompagnava la balla che veniva legata con due tratti di filo di ferro fatti passare attraverso la forca. Inserire la forca, che pesava 5 o 6 chilogrammi, richiedeva un certa abilità manuale, dovendo avvenire quando il carrello arrivava al fondo corsa e si avviava a tornare indietro. Poi, bisognava inserire il filo di ferro, già tagliato di misura e con un’estremità avvolta a formare un’asola che una persona, situata dall’altra parte, infilava nella forca cosicché si poteva completare il nodo. Perciò l’operazione procedeva così: a destra, inserimento della forca; a sinistra, inserimento del filo estratto dalla forca precedente nel suo condotto di sinistra della forca; a destra, cattura del filo, inserimento nell’asola dello stesso filo ed avvolgimento a formare un’asola legata con quella esistente. L’operazione andava ripetuta per il secondo filo che passava attraverso il condotto nel secondo corno della forca; così la balla restava legata della lunghezza voluta e della giusta compressione.
Il movimento di tutta la macchina era trasmesso dalla trebbiatrice con una grossa cinghia che univa la puleggia montata sull’asse del battitore e su un volano (forse un quintale di ghisa, in coppia con altro analogo dall’altra parte) necessario a consentire un’azione regolare e continua, con l’aiuto di giganteschi ingranaggi e bielle, su organi “difficili” come il carrello, la testa schiaccia-paglia, il trasportatore della paglia in arrivo. Questo, in alcune macchine, era ottenuto con degli spuntoni a scomparsa ed a moto alternato. Il moto rotatorio del volano era trasformato in moto alternato tramite bielle, ingranaggi, alberi a collo d’oca. Come si può comprendere si trattava di una macchina piuttosto complessa, molto pesante, rumorosa e sporca (oltre a tutta la polvere soffiata dalla trebbia il colpo della testa e del carrello sollevava un nube di polvere minuta, di bruscoli di paglia e di pula). Questo creava un’atmosfera dantesca, con gli operai attenti al rumore del colpo del carrello per sferrare il colpo deciso col forcone nel ventre della macchina; l’operazione delicata dell’inserimento del filo di ferro tra le balle, e quella rapida e precisa (dare la stessa tensione ai due fili) della costruzione del nodo ad asola; l’asportazione delle balle, portate da un telaio mobile al termine del percorso, fatta da figure coperte da un sacco piegato a cappuccio, le corse rapide su assi appoggiate su altre balle per raggiungere il culmine del cumulo.
Qui, altre persone provvedevano ad incastrare la balla di paglia fa le altre in modo da assicurare stabilità e consistenza.
Anche per noi bambini, avevo otto o nove anni, c’era la soddisfazione di partecipare alla fatica: oltre a portare ordini, dare la pece al cinghione, verificare la solidità delle balle, comunicare le quantità di grano, portare da bere a questo o quello, ecc.; era nostro compito la preparazione del filo di ferro per la pressa-paglia. Per questo c’era una speciale “macchina “gestita interamente da noi, che non dovevamo lasciare senza filo: la pressa. Essa constava di un cavalletto lungo circa tre metri, dall’altezza giusta per noi, ad una cui estremità c’erano una morsetta a pressione per tenere fermo il filo ed una manovella con uncino che permetteva di ottenere l’asola dal filo che vi era agganciato.  All’altra estremità, una pinza incernierata sul piantone permetteva di dare la giusta tensione al filo che poteva poi essere tagliato da una taglierina, posta sul cavalletto alla lunghezza giusta. 
Si impegnavano entrambe le mani: una per tendere il filo con un movimento rotatorio, lento ma continuo; l’altra, dava un colpo deciso con la lama vincolata trasversalmente, tranciava il filo e rimetteva in posizione di riposo la taglierina. Un ragazzo toglieva il filo dal gancio e lo metteva accostato agli altri fino a formare un bel mazzo; quindi, prendeva il capo del filo che l’altro gli porgeva, lo inseriva sul gancio, lo bloccava con la pressetta, dava quattro o cinque giri, né di meno né di più, e così ripeteva il ciclo. Il filo di partenza era generalmente fornito da noi; talvolta, c’era chi voleva risparmiare con filo suo e potevano capitare guai. Si avvertiva grande responsabilità perché un’asola mal fatta (tre giri potevano esser troppo pochi e sette significavano spreco) poteva svolgersi ed una tensione troppo elevata assottigliava il filo che poi si rompeva al rilascio della balla di paglia. Il rotolo di filo veniva o lasciato a terra  o tenuto al livello di lavoro con un treppiede
Quando cominciò a diventare difficile trovare il personale si cominciarono ad usare dei portafieno per portare le balle a  distanza ed in altezza.
Attrezzi e accessori
Le macchine erano dotate oltre che di attrezzi generici (martelli chiavi fisse, inglesi e prussiane, cacciaviti, oliatori,…) anche di specifici attrezzi per la manutenzione specifica, rapide riparazioni ed il posizionamento.
LEVE: sempre presenti con ogni macchina non autotrainata (come la sfogliatrice).
Si tratta di attrezzo utile al posizionamento ed all’allineamento  delle macchine.
Erano una semplice barra di legno molto robusto, acacia o faggio, lunga da un metro e mezzo a centottanta centimetri, alleggerita dalla parte dell’impugnatura, conica e con la punta, a sezione rettangolare, irrobustita da un’armatura di ferro per poterla fare penetrare sotto la ruota il più possibile. Premendo sulla leva la si abbassava, nel contempo il fulcro si spostava indietro e l’operazione diventava più pesante, ma era sufficiente far perdere il contatto a terra perché a questo punto bisognava cambiare la direzione dello sforzo, di fianco nella direzione richiesta dalla  posizione da raggiungere Si poteva impiegare una sola coppia di leve su una sola ruota ma era preferibile agire su entrambe le ruote posteriori, perché fisse sul telaio della macchina.
Raggiunta la posizione desiderata, la macchina veniva bloccata con dei cunei corazzati da piastre laterali con un perno sporgente che servivano a posizionare due barre laterali alla lunghezza desiderata. La scelta del foro determinava la distanza dei cunei, cioè quanto questi fossero vicini, in definitiva di quanto la macchina venisse alzata. Eventuali soluzioni critiche (terreno sconnesso, pendenza dell’aia ecc,…) potevano essere corrette inserendo sotto la ruota assi dello spessore giusto.
La pressapaglia richiedeva il solo allineamento, in quanto eventuali pendenze non influivano sul suo funzionamento; essa veniva comunque bloccata come la trebbia coi cunei fissati.
L’allineamento era indispensabile per impedire che i cinghioni saltassero giù dai volani.
Con le leve si impiegava il crick a cremagliera (bindella): una robusta  struttura in legno forte, irrobustita da un’armatura di ferro entro la quale era  fissata una coppia di ingranaggi riduttori, vincolati ad una cremagliera, che terminava in un supporto a corna, ruotante su un perno. Questo veniva puntato sul cerchione della ruota dalla parte opposta rispetto al movimento da imporre per lo spostamento; l’azione delle leve sull’altra ruota permetteva un rapido allineamento.
CRICK (Bindella): due le tipologie, quelle con struttura in legno di fabbricazione propria e quelle in lamiera stampata, più moderne. Veniva utilizzato anche il crick ad olio, ma non costituiva una dotazione della macchina; era piuttosto un attrezzo di officina utilizzato per particolari situazioni. Infatti la bindella era costruita appositamente sulle dimensioni delle macchine, che presentavano opportuni irrobustimenti per permetterne l’impiego, che prevedeva un puntamento obliquo per alzare e spingere lateralmente il corpo della macchina. Il meccanismo era costituito da una cremagliera inserita nella struttura del crick, azionata da una manovella che portava anche un ingranaggio a saltarello per il bloccaggio nella posizione ottenuta. Il fondo portava degli spuntoni per un solido ancoraggio al terreno mentre l’estremità della cremagliera era dotata di una testa rotante con due corna per l’aggancio alla struttura della macchina (trebbia o pressa paglia).
PECE: all’avvio delle operazioni e, poi, periodicamente si impeciavano le cinghie per migliorare l’attrito, impedendo che scivolassero non mantenendo la velocità desiderata ed impedendo l’uscita dalla zona di lavoro sulle pulegge e l’espulsione del chinghione, che era una evenienza assolutamente da evitare sia per la conseguente interruzione del lavoro sia  per il pericolo connesso. Col tempo si sostituì la pece con paste di varia natura (biancastra; mentre la pece era nera, in cilindri di 7-8 cm di diametro e lunghi una ventina di cm).
AGGRAFFATRICE (con relative graffe):  serviva a costruire e ricostruire, quando si rompevano, le cinghie della macchina Essa consisteva di due blocchi di acciaio collegati da un perno; quello inferiore era dotato di un  rilievo con delle scanalature, nelle quali venivano inserite  le graffe, che erano pre-posizionate su un cartone piegato a semicilindro. Le graffe venivano quindi bloccate in sede con un ago passante attraverso tutto il blocco e si inseriva una estremità della cinghia fra le graffe allineate. Si accostava il blocchetto mobile della aggraffatrice e con un colpo di martello ben  assestato si chiudeva il sistema dei graffe. Si ripeteva l’operazione sull’altra estremità della cinghia, avendo cura di utilizzare il giusto numero di graffe e di controllare la posizione sulla cinghia. Le due estremità, così armate di graffe, venivano accostate e vincolate con un filo di ferro.
EMINA (la mina): un recipiente di capacità nota, non necessariamente del valore legale, ma testato ed accettato. Per esempio nella sgranatura del mais si passò alla capacità di 25 chilogrammi dalla precedente di venti chili (a causa della maggior produzione derivante dalle macchine  e dalla resa più elevata del mais rispetto alla meliga).
SCALA : ogni macchina, per qualsivoglia prodotto, era dotata di una scala, per questo a casa nostra c’era tutta una parete coperta da scale.
Erano scale in legno, leggere perché bisognava usarle in continuazione ma robuste e ben fatte che dovevano durare diverse stagioni. Esse erano costituite da alcune assi lunghe circa tre metri e mezzo, con una prolunga a maniglia per quella di destra  per consentire un comodo passaggio dalla scala alla piattaforma di lavoro; portavano ogni trenta centimetri l’alloggiamento per i gradini, listelli di robusto legno, lunghi circa 35 centimetri.
Alle estremità due ganci assicuravano la possibilità di assicurarla al bordo della piattaforma e di bloccarla in posizione di trasporto.
FILO: ogni pressa-paglia ne era fornita, per usarlo mentre si pressava; tuttavia ricordo che qualcuno se lo faceva prestare per approntare i fili in anticipo.
Il filo, di diametro circa 1,5 mm, era di ferro puro fornito in rotolo di diversi chilogrammi o meglio di centinaia di metri. Ogni balla richiedeva due fili di circa 2,5 m l’uno.